Juan Donoso Cortés è un autore ancora poco conosciuto in Italia. In seguito alla rivoluzione europea del 1848 Donoso Cortés abbraccia il pensiero cattolico contro-rivoluzionario, di cui può essere considerato oggi uno dei principali esponenti. "La mia conversione ai buoni principi - scrive il 24 maggio 1849 al conte di Montalambert - si deve, in primo luogo, alla misericordia divina e poi allo studio profondo delle rivoluzioni". Superiore, e di molto, alle menti più acute del suo tempo, sia cattoliche che laiche, può essere paragonato a calibri come Toqueville e De Maistre. Con, in più, una stupefacente capacità di analisi e di previsioni che sfiorò la chiaroveggenza. Egli previde il matrimonio della Russia col socialismo (Donoso morì nel 1853). Intuì l'avvento del globalismo, della tecnocrazia; addirittura della guerra civile spagnola. E fu lui a organizzare in stringati sillogismi le idee portanti del Sillabo.
Presentiamo l'articolo "Non c'è ordine fuori della legge naturale" del prof. Roberto de Mattei con il quale viene presentata la pubblicazione delle Lezioni di diritto politico del grande pensatore cattolico spagnolo.
Non c'è ordine fuori della legge naturale
Dalla Spagna dell'Ottocento la lezione di Juan Donoso Cortés
Juan Donoso Cortés è un autore poco conosciuto in Italia, anche se la sua opera più importante, l'Ensayo sobre el Catolicismo, el liberalismo y el socialismo, è stato tradotto e pubblicato già da molti anni (a cura di Giovanni Allegra, Milano, Rusconi, 1972). Giunge dunque opportuna, la pubblicazione delle sue Lezioni di diritto politico, a cura di Marco Milli, (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007, pagine 177, euro 13).
Va subito detto che questo libro è un'opera giovanile del pensatore spagnolo, apparsa nel 1837, quando Donoso Cortés, nato in Estremadura nel 1809, aveva solo ventisette anni. A ventitré anni aveva composto il suo primo scritto politico, la Memoria sobre la Monarquía, per appoggiare il re Fernando VII che, abrogando la legge salica, aveva escluso dal trono il fratello don Carlos de Bourbon. Si trattava di una scelta politica liberale, contro i tradizionalisti dell'epoca, che appoggiavano don Carlos.
Una scelta confermata dal sostegno che, alla morte di Fernando VII, nel 1833, Donoso Cortés diede alla regina Maria Cristina e poi alla figlia di lei Isabella II contro il partito carlista. Siamo negli anni Trenta dell'Ottocento, l'epoca in cui, con l'avvento della monarchia di luglio in Francia, sembra chiudersi l'epoca della restaurazione. Donoso Cortés è allora un cattolico di orientamento moderato, più simile a Tocqueville che a de Maistre o a de Bonald. In questa veste nel 1836 viene eletto deputato alle Cortes e, l'anno successivo pubblica le sue Lecciones de derecho político, frutto di un corso tenuto all'università di Madrid dal novembre 1836 al febbraio 1837.
Sarà solo dieci anni dopo, colpito da vicende personali - come la morte nella primavera del 1847 del fratello Pedro, militante nell'esercito carlista - ma soprattutto in seguito alla rivoluzione europea del 1848, che Donoso Cortés ripenserà il suo liberalismo per abbracciare il pensiero cattolico contro-rivoluzionario, di cui può essere considerato oggi uno dei principali esponenti. "La mia conversione ai buoni principi - scrive il 24 maggio 1849 al conte di Montalambert - si deve, in primo luogo, alla misericordia divina e poi allo studio profondo delle rivoluzioni".
La svolta è segnata dal Discurso sobre la dictadura, pronunciato alle Cortes il 4 gennaio del 1849. Donoso definisce lo spartiacque che ormai lo separa dai liberali con queste parole: "Voi credete che la civiltà e il mondo avanzino, quando invece sia l'una che l'altro retrocedono. Il mondo cammina con passi rapidissimi alla costituzione di un dispotismo il più gigantesco e assoluto che mai sia esistito a memoria d'uomo". Questo discorso è l'opera di Donoso che maggiormente colpì Carl Schmitt che la definì "il più straordinario discorso di tutta la letteratura mondiale", e che al pensatore spagnolo dedicò un noto saggio, dal titolo Donoso Cortés interpretato in una prospettiva paneuropea, pubblicato in italiano nel 1996 da Adelphi.
Donoso è letto però da Carl Schmitt attraverso il filtro di Hobbes. Il merito del pensatore spagnolo è, per Schmitt, quello di aver smascherato le contraddizioni della borghesia liberale, la clasa discutidora, e di aver lucidamente colto, nella dittatura, l'essenza della sovranità. Sovrano per eccellenza, infatti, secondo Schmitt, è il dittatore, colui che decide nel caso di eccezione, l'ultimo tribunale, il caso non descritto nell'ordinamento giuridico vigente.
Ma ridurre la sovranità, come fa Schmitt, a uno stato di emergenza, o meglio rinunciare a individuare la sovranità in una situazione di normalità giuridica e amministrativa, significa vanificare la sovranità stessa. Schmitt si inoltra su questa strada, perché accetta il postulato hobbesiano della natura asociale dell'uomo e quindi dell'inesistenza di un oggettivo ordine naturale da cui l'ordine politico e sociale discende.
Donoso Cortés crede al contrario nella natura sociale dell'uomo, sia pure ferito dal peccato originale. La dittatura per lui non è una situazione di normalità, ma di emergenza. Egli non è né il teorico della "sovranità limitata" del 1836, né il teorico della "dittatura" del 1849, anche se queste opere sono importanti e ricche di pensiero e di spunti.
Il vero Donoso Cortés, il più attuale e profetico, è quello dell'Ensayo sobre el Catolicismo, el liberalismo y el socialismo, apparso nel 1851 a Parigi, dove egli era ambasciatore, e soprattutto il Donoso della Lettera al cardinal Fornari, del 19 giugno 1852, scritta su richiesta della Santa Sede, per collaborare alla stesura del Sillabo, il Sommario dei principali errori dell'età nostra, che Pio IX promulgherà nel 1864.
Quest'ultima opera di Donoso Cortés, pubblicata un anno prima della sua morte, avvenuta il 3 marzo del 1853, è forse la migliore, perché compendia il suo pensiero e soprattutto, ricapitola in poche pagine profonde e incalzanti la teologia cattolica della storia. "Tutti gli errori - scrive - hanno una stessa origine e uno stesso scopo" e, considerati nel loro scopo e nella loro origine "sono tutti errori religiosi"; per questo, "la negazione di uno solo degli attributi divini porta il disordine in tutte le sfere e mette in pericolo di morte le società umane".
L'importanza e l'attualità della lezione di Donoso Cortés può riassumersi oggi in due punti. Il primo è l'attenta riflessione sulla natura e l'origine della sovranità. Viviamo infatti in un momento storico in cui gli Stati nazionali attraversano una profonda crisi, per effetto di una duplice pressione, sovranazionale e infranazionale: la sottrazione di sovranità avviene dall'alto, in nome di principi universalistici, e dal basso in nome di principi regionali e localistici. La lettura di autori come Donoso Cortés ci deve convincere del fatto che la sovranità costituisce la società, perché una società senza autorità e senza leggi, non potrebbe sussistere. Ma la sovranità non è la divinizzazione o l'onnipotenza dello Stato: è il riconoscimento da parte dello Stato, di una sovranità superiore, di un ordine supremo del diritto e del fondamento trascendente di quest'ordine.
Vi è un secondo punto, non meno importante, che traiamo da Donoso Cortés: la necessità di richiamarsi a una filosofia o, meglio ancora, a una teologia della storia, ovvero a una visione del mondo che giudichi le vicende dei popoli e degli individui, sub specie aeternitatis, alla luce di grandi principi e di valori trascendenti. Questa visione del mondo è antitetica a quella del relativismo che, dissolvendo ogni valore e ogni certezza, ci obbliga a vivere nel presente e a giudicare tutto in nome degli interessi o dell'utilità del momento. Il relativismo impone il pragmatismo, esclude ogni visione storica che oltrepassi il domani, vanifica l'idea stessa di una filosofia o di una teologia della storia.
Donoso Cortés riteneva che ogni grande questione politica dipende da una fondamentale questione teologica - così si apre l'Ensayo sobre el Catolicismo, el liberalismo y el socialismo, - e che "la vera causa del male grave e profondo che corrode l'Europa è che è venuta meno l'idea dell'autorità divina e umana". Ciò presuppone una dottrina cristiana della società e una antropologia metafisicamente fondata sulla legge naturale. Il suo messaggio ultimo, che giunge fino ai nostri giorni, è che non c'è ordine e sicurezza possibile in Europa e nel mondo, al di fuori della conoscenza e del rispetto di quella legge naturale e divina su cui si basa la società e si regge l'universo intero.
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