L'edificio ed un'ampia area saranno concessi in affitto alla comunità islamica dal sindaco Flavio Zanonato (Pd). La Lega Nord promuove il referendum "Moschea si, moschea no?". Il Vescovo di Padova e il Direttore del settimanale diocesano si pronunciano a favore della moschea.
Ma sorgono alcuni quesiti seri che vanno ben al di là del referendum...
Dura reazione della Curia alla raccolta di firme promossa dai leghisti padovani, con in testa il segretario provinciale Maurizio Conte, per chiedere un referendum "Moschea si, moschea no?". Il progetto del Carroccio è quello di contrastare l'iniziativa del sindaco della città, Flavio Zanonato del Pd (nella foto a lato in visita ad un centro islamico), di concedere un edificio da adibire a moschea per i cittadini di fede islamica.
La moschea dovrebbe sorgere su un terreno e in uno stabile di proprietà pubblica, nell'ex fattoria di via Longhin (zona, tra l'altro, limitrofa ad un campo nomadi). L'iter per avere dalle casse comunali del denaro per finanziare culti religiosi è molto complesso, ma nel caso della moschea di via Longhin è stato immediato; l'immobile di 600 metri quadrati, e comprendente anche circa 4mila metri destinati a parcheggio e giardino, è stato infatti concesso in 24 ore dalla richiesta all'Associazione culturale Rahma. La Lega Nord sostiene che questo sia un vero e proprio regalo del Comune, ma il sindaco Zanonato ribatte: «La nostra delibera concede l'area e l'edificio in comodato. L'associazione culturale Rahma provvederà ai lavori di ristrutturazione. Dopo che le spese saranno ammortizzate, comincerà a pagare l'affitto». Nella sola giornata di sabato 26 aprile, sono state raccolte oltre 1400 firme; un risultato non da poco, considerando che per chiedere il referendum occorrono almeno 5.000 firme, e che il tempo stabilito per raccoglierle è di due mesi.
Don Cesare Contarini, da 15 anni direttore del settimanale della Diocesi di Padova "La Difesa del Popolo" nel suo ultimo editoriale scrive: "Moschea sì, moschea no? Di questo tormentone non si sentiva proprio il bisogno a Padova. Chiaro che - a parte le sottigliezze sui termini moschea o sala di preghiera o, addirittura, patronato islamico - la risposta è sì: come cittadini non si può dire di no a un diritto riconosciuto dalla Costituzione; come cristiani siamo contenti che ogni uomo e donna preghino, tanto più se è il nostro stesso Dio (pur conosciuto e adorato in maniera molto diversa)".
Una posizione molto vicina, anzi identica, a quella espressa anche dal vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo (nella foto a lato). Secondo il presule padovano, la costruzione della moschea tutelerebbe la libertà di religione e potrebbe contribuire a creare un luogo di solidarietà, di comunicazione e di reciproca conoscenza tra cristiani e musulmani.
Il dibattito è aperto. E si prevedono scintille.
Due punti su cui riflettere:
1) È proprio vero che - come afferma il Direttore del settimanale diocesano di Padova - i musulmani pregano "il nostro stesso Dio"? Proviamo, ad esempio, a chiederlo ai nostri fratelli cristiani che patiscono persecuzioni e vessazioni quotidiane nei paesi islamici!...
2) Coloro che parlano di moschee "luogo di culto" sanno che cosa sia veramente una moschea?
Il neo convertito al cristianesimo, Magdi Allam, scriveva poco meno di un anno fa (5 agosto 2007) sul Corriere della sera: "Che strano Paese è l'Italia dove nasce una moschea ogni quattro giorni e le istituzioni si affannano a permetterne la continua crescita; dove si ha la certezza dell'attività terroristica nelle moschee e i terroristi vengono regolarmente assolti; dove si è consapevoli che l'attività dell'intelligence è fondamentale per prevenire gli attentati terroristici e si indebolisce e disincentiva l'operato dei servizi segreti. Ecco i fatti. Nella relazione del 1° agosto del Cesis, ribattezzato Dis (Dipartimento per le informazioni per la sicurezza), si chiarisce che le moschee in Italia sono più che raddoppiate in meno di 7 anni. Sono passate da 351 nel 2000 a 735 nel primo semestre di quest'anno. Con un'impressionante accelerazione del tasso di diffusione che registra la nascita di 39 nuove moschee negli ultimi cinque mesi. Se si considera che la percentuale dei fedeli che frequentano abitualmente le moschee potrebbe oscillare tra il 5 e l'8 per cento del circa un milione di musulmani in Italia, se ne deduce che al massimo ogni 100 fedeli dispongono di una moschea. Eppure sembra che le moschee non bastino mai. È in atto una vera e propria offensiva per l'accaparramento di nuove moschee, sempre più grandi, a Genova, Firenze, Bologna, Torino, Roma, Napoli, Colle Val d'Elsa (in Toscana). E molte di queste moschee sorgono grazie alla disponibilità delle amministrazioni locali di sinistra, pronte a concedere il terreno, lo stabile e anche i finanziamenti per la costruzione".
Forse è meglio leggere anche quanto spiega il gesuita egiziano padre Samir Khalil Samir, docente di storia della cultura araba e di islamologia presso l'Università Saint-Joseph di Beirut, nel suo libro "Cento domande sull'islam":
La moschea, una chiesa musulmana?
86. Veniamo al tema della moschea, che periodicamente riaccende discussioni e polemiche. L'opinione pubblica italiana ritiene comunemente che la moschea costituisca per i musulmani il luogo di culto per antonomasia, e che quindi i criteri che governano la concessione di terreni o edifici per realizzarla debbano essere analoghi a quelli seguiti per le chiese. Infondo, si pensa, la moschea non è altro che una "chiesa musulmana". Cosa rappresenta per il vissuto di un musulmano un luogo come la moschea?
Credo che sia innanzitutto necessario porre una questione di metodo: quando si discute di questo come di altri argomenti, si deve partire dall'oggetto e non dal pre-giudizio o dalla presunta conoscenza su di esso. C'è una tendenza ambigua a pensare che, tutto sommato, l'altro è identico a me, o almeno simile. Invece dobbiamo riconoscere l'altro come diverso, se non vogliamo "annetterlo" culturalmente e permettere che nascano e si sviluppino equivoci.
Venendo dunque all'oggetto della discussione, va anzitutto chiarito che la moschea non è assimilabile a una chiesa musulmana, ma rappresenta qualcosa di assolutamente e radicalmente diverso. Per coglierne il significato e la funzione non si può partire dalla tradizione cristiana o dalla mentalità occidentale ma si deve guardare all'islam, alla sua natura e alla sua storia.
Nella tradizione araba esistono due termini a proposito della moschea: masjid (passato in spagnolo sotto la voce mezquita e da lì nelle varie lingue europee) e jāmic. Quest'ultimo vocabolo è il più diffuso nel mondo arabo-islamico. La prima parola deriva dalla radice s-j-d che significa "prostrarsi", la seconda dalla radice j-m-c che significa "radunare". La moschea è il luogo dove la comunità si raduna per affrontare tutto ciò che la riguarda: la preghiera, ma anche le questioni sociali, culturali, politiche. Tutte le decisioni della comunità vengono prese in questa sede: volerla limitare a un luogo di preghiera equivale, dunque, a fare violenza alla tradizione musulmana.
Il venerdì (yawm al-jumuca) è il giorno in cui la comunità si raduna. Si ritrova a mezzogiorno per la preghiera pubblica, a cui fa seguito la khutba, cioè il discorso, che non è assimilabile all'omelia tenuta dal sacerdote durante la messa: esso infatti affronta le questioni più importanti del momento, andando quindi ben al di là degli aspetti spirituali. In molti Paesi musulmani - per esempio in Egitto, il più popoloso Stato arabo - nel giorno di venerdì le moschee vengono sorvegliate dalle forze dell'ordine. Il motivo è presto detto: molte decisioni politiche partono dalla moschea, durante la khutba del venerdì. Gli storici dell'islam sanno che in molti casi le rivoluzioni e i sollevamenti popolari sono partiti dalle moschee e che il jihād viene spesso proclamato durante la khutba. Anche per questo in molti Paesi musulmani il testo del discorso deve essere preventivamente sottoposto alle autorità civili.
87. Dunque lei ritiene scorretto considerare la moschea come un luogo di culto?
Più che proporre un parere personale, invito a considerare l'opinione prevalente tra i musulmani. Considerarla un luogo di culto è sbagliato e limitativo; come pure è fuorviante, parlando della costruzione di moschee, farlo in nome della libertà religiosa visto che esse non sono soltanto edifici religiosi ma luoghi che hanno una funzione che è anche culturale, sociale e politica.
Non si può neppure dimenticare che il luogo dedicato alla preghiera del venerdì è considerato uno spazio sacro dell'islam e rimane per sempre appannaggio della comunità, la quale decide chi ha facoltà di esservi ammesso e chi invece lo profanerebbe.
Esistono spesso nelle città dei Paesi musulmani dei piccoli ambienti, chiamati musallā, cioè luogo di preghiera (salāt). Sono delle specie di "cappelle" che possono contenere qualche decina di fedeli e che si trovano spesso al pianterreno di una casa, al posto di un appartamento. Questi luoghi, più discreti, sono generalmente utilizzati quasi unicamente per la preghiera di mezzogiorno dalla gente che arriva dalla strada o dalle case vicine.
Le moschee hanno normalmente un minareto (manāra), da dove il muezzin (mu'adhdhin) lancia l'appello alla preghiera (adhān). Questi minareti hanno una funzione pratica e sono leggermente più alti delle case che li circondano. Hanno assunto spesso nella storia una funzione simbolica, di affermazione della presenza musulmana, e talvolta una funzione politica di sottolineatura della superiorità dell'islam sulle altre religioni, ma il loro scopo essenziale è di permettere che la voce del muezzin arrivi a chi abita nei dintorni. In questo secolo sono stati spesso installati megafoni o altoparlanti sui minareti (soprattutto se nelle vicinanze c'è una chiesa o un quartiere cristiano), e i muezzin hanno aggiunto altre frasi all'appello alla preghiera prolungandolo nel tempo. Ma queste innovazioni sono contrarie alla tradizione musulmana e i Paesi musulmani più ortodossi le condannano, come fa l'Arabia Saudita per esempio, anche se la condanna non ha cambiato le abitudini che si erano consolidate. In altri Stati, come l'Egitto per esempio, l'uso del megafono è limitato unicamente all'appello (che dura circa due minuti) ed è vietato per la preghiera dell'alba, un divieto che spesso però non viene osservato. Anche il ricorso ai registratori per lanciare l'appello, che ha preso piede pure in Europa, è considerato come contrario alla tradizione.
Al di là di tutte le considerazioni storiche e "liturgiche" che ho appena esposto, è opportuno anche chiedersi chi finanzia la costruzione e il mantenimento delle moschee, non per intromettersi negli affari altrui, ma in virtù del principio in base al quale "chi paga comanda". Non è un segreto per nessuno che gran parte delle moschee e dei centri islamici d'Europa vengono finanziati da governi stranieri, in particolare dall'Arabia Saudita, che impone anche imam di sua fiducia. Ora, è ben noto che nel mondo islamico sunnita l'Arabia Saudita rappresenta la tendenza più rigida, detta wahhabita. Non credo che siano questi imam che potranno aiutare gli immigrati ad inserirsi nella società occidentale né ad assimilare la modernità, condizioni necessarie per una convivenza serena con le popolazioni autoctone.
88. Che fare dunque? Come comportarsi, ad esempio, di fronte alla moltiplicazione delle richieste di terreni per edificare moschee?
Permettere ai musulmani di pregare va da sé, purché vengano rispettate regole e consuetudini proprie delle società occidentali. Per esempio, non si possono occupare strade, marciapiedi o piazze, cosa che accade purtroppo in certi Paesi musulmani, come se la preghiera fosse al di sopra della legge, e che si sta diffondendo anche in Italia, spesso "giustificata" dal fatto che non c'è spazio all'interno delle moschee ricavate negli stabili. Oppure, non si può disturbare la gente alle cinque del mattino o alle dieci di sera, lanciando con il megafono l'appello alla preghiera. Devo ricordare inoltre che secondo la legge islamica è possibile pregare ovunque: a casa, per strada, al lavoro, nei campi. Anzi, per le preghiere comuni non è necessario andare in moschea, perché il «mondo intero è la grande moschea», come dice Maometto in un hadīth (1).
Pensando al contesto italiano, caratterizzato dalla presenza di comunità musulmane disseminate anche in piccoli centri, la soluzione più adeguata appare quella dei musallā, ricordata prima: in queste "cappelle" i fedeli potrebbero ritrovarsi comodamente per pregare. Sarebbero anche meno costose per loro rispetto a grandi edifici per i quali si rende quasi inevitabile il ricorso a finanziamenti di governi di altri Paesi o di organizzazioni internazionali islamiche. Rimane peraltro un rischio: la moltiplicazione dei piccoli luoghi di preghiera rende più difficile il controllo sull'insegnamento che viene impartito.
Per concludere, sottolineo ancora una volta che la moschea non può essere assimilata tout court alla categoria dei "luoghi di culto", essendo nella concezione musulmana un centro di aggregazione con valenze culturali, sociali e politiche. Alle istituzioni pubbliche spettano il compito e la responsabilità di verificare attentamente quali attività si intendono svolgere nei locali che verranno utilizzati per quella che genericamente viene definita "moschea", chi sono i responsabili, chi gestisce, chi controlla, chi finanzia. Non si tratta di operazioni di polizia, piuttosto di garanzie che è doveroso offrire alla città, ai suoi abitanti ma anche a coloro che frequenteranno quel luogo. Ed è un buon antidoto contro chi, magari animato da sentimenti razzisti, tende a identificare qualsiasi luogo di preghiera dei musulmani come una potenziale base terroristica o comunque con un luogo da considerare con sospetto piuttosto che con il dovuto rispetto (2).
Note
(1) Cfr. ARENT JAN WENSINCK e J.P. MENSING, Concordance et indices de la tradition musulmane, Brill, Leida 1943, II 424a. Il detto si trova in tre delle sei grande raccolte: Bukhārī, Anbiyā' 40;Muslim, Masājid 1, 2 e 3; Nisā'ī, Masājid 3 e 42.
(2) Per un'analisi più approfondita rimandiamo agli articoli di SAMIR KHALIL SAMIR, La moschea: informazione e riflessione, «Avvenire», 8 dicembre 2000; e Note sulla moschea, «La Civiltà Cattolica», 152, I, 3618 (2001), 599-603.
Tratto da: Centro di Studi sull'Ecumenismo, Cento domande sull'islam. Intervista a Samir Khalil Samir, a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid, Marietti 1820, Genova 2002, pp. 144-150.
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