Nella grande casa chiamata "Unione Europea" accadono episodi inquietanti che fanno pensare che si stia percorrendo la via di una "democrazia totalitaria", traduzione politica della «dittatura del relativismo». Il timore annunciato dal Servo di Dio Giovanni Paolo II ha trovato conferma nei fatti...
[Nella foto: la sede del Parlamento europeo a Bruxelles]
L'Unione Europea contro i diritti umani
Difficilmente i media italiani ne parlano, pur nell'imminenza della ratifica del Trattato Europeo da parte del nostro Parlamento. Eppure l'Unione Europea sta emettendo una serie di sentenze punitive nei confronti dei paesi membri perché le leggi democratiche che gli Stati si sono liberamente dati contrastano con i "diritti umani" così come sono concepiti dagli uffici di Strasburgo.
II 14 dicembre 2005 un documento prodotto dall'EUNIEFR (una Commissione dell'Unione Europea di esperti indipendenti sui Diritti Fondamentali) ha condannato il Concordato tra la Slovacchia e la Santa Sede perché riconosce il diritto all'obiezione di coscienza ai medici che si rifiutano di praticare aborti, procreazione assistita, sperimentazione con embrioni umani e cellule staminali, eutanasia e sterilizzazione. Secondo l'EUNIEFR, il Concordato, riconoscendo il diritto all'obiezione di coscienza, provocherebbe un impatto negativo su alcuni "diritti fondamentali", vale a dire, ad esempio, l'aborto, il matrimonio omosessuale e l'eutanasia. L'EUNIEFR è stata istituita nel 2002 come conseguenza di una "Raccomandazione" del Parlamento Europeo e dipende dalla Direzione Generale per Giustizia, Libertà e Sicurezza (direttore è l'inglese Jonathan Faull, in precedenza portavoce del presidente della Commissione Romano Prodi). Il network è coordinato dal professor Olivier De Schutter (Università di Lovanio) ed è formato da un esperto per ogni Paese (CESPAS, 16/01/2006).
Il 20 marzo 2007 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha emesso una sentenza di condanna nei confronti dello Stato polacco perché le sue leggi nazionali pongono dei limiti alla possibilità di abortire. A suscitare la sentenza è stato il caso di Alicja Tysiąc, cittadina polacca madre di due figli nati con il parto cesareo e affetta da retinopatia progressiva. Accortasi della gravidanza, si rivolse a un ginecologo chiedendo l'autorizzazione all'aborto a causa dei suoi problemi visivi. Il ginecologo escluse ogni collegamento causale tra la gravidanza e un eventuale peggioramento della miopia, escludendo così la possibilità di abortire, che in Polonia viene concessa solo nel caso di violenza carnale, malformazione congenita o rischio per la vita della madre, che deve essere riscontrato da due specialisti. Si recò in seguito da altri quattro specialisti (tre oculisti ed un secondo ginecologo) che non ravvisarono nella gravidanza un pericolo per la vista della madre; solo un medico generico accettò di compilare il certificato per avviare la procedura di aborto.
La signora Tysiąc partorì il bambino con parto cesareo nel Novembre 2000; ebbe un peggioramento della vista e decise di scrivere una denuncia alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Il tribunale europeo ha stabilito che le leggi polacche contrastano con alcuni articoli della Convenzione per la Protezione dei Diritti Umani e le Libertà Fondamentali e ha multato lo Stato polacco di 25.000 euro, quasi centomila złoty (ACI Prensa, 28 marzo 2007).
II 22 gennaio 2008 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha imposto alla Francia un risarcimento di 10.000 euro per danni morali (e 14.528 euro per le spese) a favore di una quarantacinquenne lesbica che, con la convivente, aveva tentato di adottare una bambina. Le autorità francesi, in assenza di una legge che regolamenti le adozioni gay, avevano dato parere negativo all'adozione perché nel nucleo nel quale la bambina si sarebbe inserita manca una figura paterna. Il tribunale europeo ha ravvisato una violazione della convenzione, in quanto il divieto all'adozione costituirebbe una discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale (Il Foglio, 24 gennaio 2008).
Lo Stato polacco, nel frattempo, è stato nuovamente denunciato. La signora Renata Rodowicz avrebbe voluto abortire la propria bambina affetta dalla sindrome di Turner, una malformazione genetica che non comporta rischi per la vita e la salute. Lo Stato polacco ha proposto al tribunale europeo una transazione che prevedeva un risarcimento di 70.000 złoty a favore della signora Rodowicz, pur di evitare una nuova sentenza Tysiąc; la cancelleria ha risposto che avrebbe accettato la transazione solo a patto che il risarcimento fosse fissato a 3 milioni di euro, una cifra davvero spropositata. Ora si attende la sentenza (www.rp.pl/artykul/85317.html). Diversi polacchi, di fronte alla sentenza Tysiąc, avevano risposto che erano ben felici di pagare questa multa, pur di salvare la vita ad un bambino; ma quante multe potranno pagare prima di rassegnarsi a liberalizzare l'aborto?
Questa deriva antidemocratica e poco rispettosa del volere dei cittadini, espresso nelle leggi nazionali, preoccupa anche i vescovi europei. Un recente documento della Commission of the Bishops' Conferences of the European Community, intitolato "Proposta per una strategia dell'Unione Europea per il supporto delle coppie e del matrimonio" (www.comece.org/upload/pdf/071029_Mariage_Strategy.pdf), chiede all'Unione Europea di rispettare le differenze sostanziali che hanno portato i diversi Stati ad avere legislazioni differenti circa il matrimonio.
Che la situazione meriti attenzione è la tesi di un articolo (Human Rights Pitted Against Man, in The International Journal of Human Rights, vol. 12, n. 1, anno 2008, pp. 107-134) nel quale il funzionario europeo Jakob Cornides, partendo da due dei casi sopra citati (il Concordato tra la Slovacchia e la Santa Sede e il caso Poland vs Tysiąc), pone domande fondamentali circa il fondamento dei diritti umani nell'Unione Europea: «La questione fondamentale che emerge da casi come quelli discussi sopra non è tuttavia limitata al tema dell'aborto, riguarda la credibilità del concetto di "diritti umani" così come la struttura istituzionale governativa e non governativa che si è sviluppata intorno ad essi: qual è la base ontologica dei "diritti umani"? È assolutamente possibile "creare" diritti umani nuovi? Ciò non implica logicamente che deve anche essere possibile abrogare quelli esistenti? Se è così, chi può legittimamente pretendere di farlo? I valori che gli innovatori tentano di imporci sono il risultato di un legittimo processo politico o di una consistente riflessione filosofica? O semplicemente riflettono l'agenda politica di una piccola ed auto-referenziale elite di illuminati tecnocrati che sono in qualche modo giunti ad occupare tutte le poltrone disponibili in tutte le commissioni importanti e i gruppi di esperti, ed ora pretendono di parlare con autorità universale? Chi ha nominato questi esperti? E perché dovremmo credere in quello che stanno dicendo?».
Giovanni Paolo Il aveva già visto ciò che ora ci sorprende e ci spaventa. Nel 1993, nell'enciclica Veritatis Splendor, aveva infatti scritto queste terribili e, allora, oscure parole: «Dopo la caduta, in molti Paesi, delle ideologie che legavano la politica ad una concezione totalitaria del mondo - e prima fra esse il marxismo -, si profila oggi un rischio non meno grave per la negazione dei fondamentali diritti della persona umana e per il riassorbimento nella politica della stessa domanda religiosa che abita nel cuore di ogni essere umano: è il rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità. Infatti, "se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia"» (pag. 101).