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Mercoledì, 20 Agosto 2008
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Osservatorio

Strage di Malatya. Emergono inquietanti particolari

Data:
3 Aprile 2008
Autore:
Marta Ottaviani

malatya.jpgIl prossimo 18 aprile sarà passato un anno da quella che viene ricordata come la strage di Malatya, nella Turchia centrale, dove tre cristiani presbiteriani, i turchi Necati Aydin e Ugur Yuksel e il tedesco Tilman Ekkehart Geske, furono torturati e sgozzati da cinque giovani, apparentemente fanatici e ispirati da ideologia ultranazionalista.
Oggi c'è un avvocato turco che si adopera per ricostruire il delitto e per capire da chi, e soprattutto perché, siano stati veramente uccisi i tre cristiani, ma la sua curiosità gli sta costando cara. Forse dietro la strage non c'è solo la follia dei cinque giovani fanatici...

Non è finita a Malatya

 

Il prossimo 18 aprile sarà passato un anno da quella che viene ricordata come la strage di Malatya, nella Turchia centrale. Dove i tre presbiteriani, i turchi Necati Aydin e Ugur Yuksel e il tedesco Tilman Ekkehart Geske, furono uccisi, sgozzati, dopo essere stati massacrati per ore da cinque giovani, Emre Günaydin, Hamit Çeker, Cuma Özdemir, Salih Gürler e Abuzer Yildirim. Tutti apparentemente fanatici e ispirati da ideologia ultranazionalista. Il delitto avvenne nella casa editrice Zirve, autorizzata dal governo turco a stampare la Bibbia e altri testi cristiani. Il processo si è aperto da alcuni mesi e, nonostante tutti avessero promesso che sarebbe stato breve, è ancora in corso.
C'è un avvocato, un turco, Orhan Kemal Cengiz, per 15 anni collaboratore di associazioni umanitarie come Amnesty International, che oggi si adopera per ricostruire il delitto e per capire da chi, e soprattutto perché, siano stati veramente uccisi i tre cristiani innocenti. E che per questo adesso sta passando un mare di guai. Tutto è cominciato perché nel processo qualcosa non tornava. L'omicidio dei tre presbiteriani sembrava essere un gesto dettato da puro fanatismo, come l'assassinio di don Andrea Santoro a Trebisonda, ucciso fondamentalmente perché cattolico, e come l'assassinio di Hrant Dink, freddato nel centro di Istanbul perché armeno. Tutte tragedie giudicate al primo impatto come atti sconsiderati di giovani che un giorno hanno perso la testa, sfogando la loro follia su chi professa una fede diversa. O almeno così pareva.
Che invece ci sia qualcosa di più complesso e pericoloso dietro, Cengiz lo sta scoprendo sulla propria pelle. In quattro articoli pubblicati dall'autorevole quotidiano in lingua inglese Turkish Daily News, l'avvocato ha mosso accuse pesanti. Lo scorso novembre ha sostenuto di aver visto un articolo su un quotidiano popolare di Malatya, attribuito all'agenzia stampa Ihlas, in cui erano pubblicati dettagli sulla sua vita e sul suo lavoro che potevano essere stati ottenuti solo mediante l'ascolto di intercettazioni telefoniche. In gennaio, poi, ha ricevuto le prime minacce di morte, velate e dirette, e ha deciso di chiedere la scorta, che però a metà febbraio non gli era stata ancora concessa. Cengiz ha anche ricevuto una lettera, firmata Ali Aslan, che ha causato il primo terremoto nel processo, perché inchioderebbe Ruhi Abah, un ricercatore del dipartimento di Teologia dell'Univerisità di Malatya, accusandolo di aver incitato Emre Gunaydin, la mente del gruppo, a compiere la strage, e perché denuncerebbe anche il coinvolgimento di una parte delle forze dell'ordine locali. Il legale sostiene anche che prima dell'inizio del processo la stampa locale ha avviato una sistematica campagna diffamatoria per screditarlo, rinfacciandogli di trarre dalla faccenda guadagni per milioni di dollari: a pagare sarebbe un'organizzazione chiamata "Kripton", finanziata da armeni e americani, che avrebbe come obiettivo naturalmente la Turchia. La solita teoria complottistica che farebbe anche sorridere se non fosse che c'è di mezzo la vita di una persona che cerca solo verità e giustizia.
Fin qui, la vicenda di Orhan Cengiz. Poi ci sono i fatti. Le indagini proseguono, anche a livello ministeriale. Il dicastero dell'Interno ha aperto un fascicolo ai danni di alcuni poliziotti sospettati di essere implicati nella strage, e promette provvedimenti molto seri se gli inquirenti confermeranno le indiscrezioni trapelate dalla stampa turca, soprattutto dai quotidiani Radikal, Milliyet e Taraf, tutte testate note per l'autorevolezza. Secondo tali indiscrezioni, Gunaydin, leader del gruppo di assassini, avrebbe incontrato più volte i poliziotti per informarsi sulla dislocazione di chiese cristiane nella città. A incastrarli ci sarebbero le trascrizioni delle loro telefonate, che gettano fitte ombre anche su agenti collegati all'esercito o allo Stato. Sono trapelati sospetti su un ufficiale di sicurezza, un magistrato, uno scrittore, un candidato al Parlamento e diversi uomini delle forze speciali. Gli assassini, poi, in soli tre mesi avrebbero cambiato le schede sim dei loro cellulari decine di volte, probabilmente per far perdere agli inquirenti le tracce di conversazioni compromettenti.

Gli stessi perché del caso Dink

Domande senza risposte si accumulano nei processi di Malatya e di Istanbul. Fra la strage dei cristiani e il caso Dink, infatti, ci sono analogie notevoli. Per prima cosa, entrambi i processi erano partiti per essere risolti nel minor tempo possibile e oggi sono praticamente a un punto morto. Poi in entrambi i casi l'attenzione si è focalizzata solo sugli esecutori materiali dei crimini, non sui mandanti. E in tutte e due le inchieste le forze dell'ordine sono accusate di coprire volontariamente alcuni sospettati e di avere avuto legami diretti con gli assassini. Nel caso Dink a sostenere questa tesi è addirittura un ufficiale di polizia. Ma il processo di Malatya, se è possibile, ha preso una piega ancora più paradossale. Gli avvocati, infatti, hanno chiesto la ricusazione del giudice per mancanza di imparzialità e indipendenza di giudizio: questi si è rifiutato, e non si sa ancora perché, di concedere l'autorizzazione a filmare il processo. Un intoppo che ha spostato la quarta udienza al 14 aprile, pochi giorni prima di questo triste anniversario.
La domanda che in Turchia si pongono tutti è chi ci sia dietro queste morti innocenti. Cengiz punta il dito contro il cosiddetto Stato Profondo, una sorta di Gladio ultranazionalista turca nel quale convogliano intellettuali, militari e servizi segreti deviati, in grado di finanziarsi anche per somme ingenti. Ammazzano e tramano per destabilizzare il paese, ma restano impuniti. Peraltro nelle ultime settimane il governo ha sgominato la banda di Ergenekon, strettamente legata allo Stato Profondo. Secondo i giornali emergeranno nuovi elementi che chiariranno i delitti. Tutta la Turchia ormai spera solo di chiudere questa pagina al più presto.

Fonte: Tempi 02 Aprile 2008