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Mercoledì, 20 Agosto 2008
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Osservatorio

CINA Le vergogne del regime comunista

Data:
28 Marzo 2008
Autore:
Maurizio Stefanini

chinaflag.jpgPer il dramma del Tibet si comincia - giustamente - a parlare di boicotaggio delle Olimpiadi, ma per gli orrori che da decenni si compiono nel Laogai-Cina , soprattutto contro i più di 400milioni di piccoli indifesi eliminati con l'aborto di stato, chi si sarebbe mosso?


Aborto di Stato: in 28 anni uccisi quattrocento milioni di feti


Nel resto del mondo si discute se l'aborto è  un diritto o un delitto. In Cina può essere un delitto non abortire: da quando Deng Xiaoping lanciò la legge che vietava in pratica di avere fratelli e sorelle; e che si proponeva di porre rimedio al boom demografico incoraggiato negli anni '60 da Mao. Quando si era messo in testa che la sua immensa popolazione avrebbe potuto consentire alla Repubblica Popolare di affrontare una guerra nucleare con l'Occidente capitalista sperando nel numero critico di sopravvissuti sufficiente imporre il socialismo sulle rovine del pianeta: interpretazione autentica del famoso detto del Grande Timoniere sull'imperialismo "tigre di carta".

REGOLE FERREE E ECCEZIONI

Dal 1979, dunque, in Cina vige la politica ufficialmente definita "del figlio unico", anche se poi in realtà qualche eccezione c'è. I gemelli, ad esempio, contano per uno. In campagna le Province molto spesso autorizzano un secondo figlio, se il primo è una femmina o portatore di handicap (equivalenza significativa...). E tra i membri delle 55 minoranze etniche ufficialmente riconosciute il limite è elevato a due figli nelle zone urbane, e tre in quelle rurali. Per un secondo e terzo figlio, però, bisogna che la madre sia sposata; che abbia tra i 25 e i 35 anni; che aspetti 4 anni tra un parto e l'altro. E a lungo la nascita di un secondo o terzo figlio anche dove consentito è stata comunque scoraggiata; ad esempio con premi in denaro a chi si andava a sterilizzare dopo la nascita del primogenito. Fuori dai limiti consentiti, l'aborto sarebbe in teoria obbligatorio, anche all'ottavo o al nono mese di gravidanza. Ma se qualcuno riesce a far nascere il figlio lo stesso, non si può ovviamente ammazzare il bambino già nato. Scattano dunque alcune punizioni ulteriori, per dare l'esempio: licenziamento in tronco; carte annonarie sufficienti a soli due bambini; soprattutto multe, che in base alla legislazione nazionale equivalgono a 160.527 yuan per ogni parto di troppo. Cioè, 15000 euro. Da confrontare con gli 8031 yuan, 750 euro, che una famiglia cinese media guadagna in un anno. Per il ceto rampante di nuovi ricchi che è cresciuto negli ultimi anni si tratta però di una spesa facilmente abbordabile, da cui il comparire di una demografia di classe, e i pesanti risentimenti della novantina di milioni di famiglie che certi costi aggiuntivi non se li possono permettere. In chiave egualitaria, qualche Provincia ha dunque emendato la legge nel senso che la sanzione equivale a sei anni di guadagno del "reo". Qualunque esso sia.

CAMBIAMENTI DEMOGRAFICI

La Cina è così passata dai 5,83 figli per coppia negli anni '70 ai 2,1 del 1990 e agli 1,8 attuali: secondo il governo, almeno 400 milioni di persone in meno. E lo stesso governo sostiene che grazie a queste misure draconiane la frequenza dei ragazzi di campagna alle scuole è aumentata del 27%, dal momento che i genitori non devono più disperdere le proprie risorse tra le troppe bocche da sfamare. C'è però il risvolto imprevisto delle moltissime coppie che hanno praticato l'aborto selettivo nei confronti delle femmine, per non precludersi la possibilità di un erede maschio. Erede maschio che, una volta cresciuto, si trova così impossibilitato a trovar moglie: una sorte che, secondo l'allarme lanciato dallo stesso governo nel 2004, avrebbe inevitabilmente finito per riguardare almeno 30 milioni di uomini. Il censimento del 2000 ammetteva infatti un rapporto 120 maschi-100 femmine, con picchi di 138 nello Jiangxi e 137 nel Guangdong (e punte minime di 110 nelle Regioni Autonome e Province con maggior proporzione di minoranze etniche: Guizhou, Mongolia Interna, Heilongjiang, Tibet, Ningxia, Qinghai, Xinjiang...). Tra l'altro, è proprio lo squilibrio cinese a determinare il più generale squilibrio planetario di 107 maschi per ogni 100 fenmmine. I dati coincidono con un rapporto Onu, che parla di 40-60 milioni di donne cinesi in meno a causa di aborti selettivi e infanticidi. E un'altra piaga è l'abbandono: da 20.000 a 100.000 bambine l'anno. «È come per l'Hiv/Aids. Bisogna prendere dei provvedimenti prima che la situazione ci sfugga di mano», disse addirittura il vice-direttore del Centro di ricerca su popolazione e sviluppo della Commissione nazionale per la pianificazione familiare Xie Zhenming. È stata dunque lanciata una campagna per la cura delle bambine, ed è stato vietato l'aborto selettivo. Anzi, per risolvere gravi carenze di manodopera e un rischio di tracollo del sistema pensionistico Shangai si è messa addirittura a concedere sgravi fiscali per i secondi figli.

LA STORIA DI MAO HENGFENG

Ma in gran parte del Paese la legge sull'aborto obbligatorio continua ancora a funzionare, in tutta la sua ferocia. Ancora il 17 aprile 2007, ad esempio, l'ong China Aid Association ha denunciato il caso di 61 donne portate a forza dalla polizia ad abortire in un ospedale del Guangxi. Al bimbo di He Caigan, che al nono mese di gravidanza stava per nascere, è stata fatta un'iniezione alla testa, che lo ha ucciso nell'utero in 20 minuti. Mentre Human Rights Watch nel 2004 ha denunciato il caso di Mao Hengfeng di Shangai, che per aver messo al mondo nel '88 il suo secondogenito è stata licenziata, arrestata, torturata, e condannata a 18 mesi di rieducazione. Ovviamente, l'ira popolare è tale che il governo ha cura di mandare riforzi speciali di poliziotti a difesa degli ospedali dove si praticano gli aborti.

Fonte: Libero 28 marzo 2008