La Regione Lombardia tutela la vita «fin dal concepimento», o meglio affida questo compito alle sue unità di offerta sociale. Questo uno dei discussi articoli della nuova legge sui servizi e gli interventi sociali e sociosanitari approvata la sera del 28 febbraio dal Consiglio regionale. Secondo il centrosinistra si tratta di un vero e proprio attacco alla legge 194, mentre secondo la maggioranza è solo un modo per progettare interventi concreti a favore delle future mamme in modo che possano scegliere in piena libertà.
Una notizia che rincuora, tenendo conto che già nel gennaio scorso la giunta della Regione Lombardia aveva emanato nuove disposizioni per l'applicazione della 194 che prevedono un maggior sostegno alle donne e nuovi limiti temporali per l'aborto terapeutico.
Welfare: il Consiglio Regionale emana la nuova disciplina regionale
Approvata legge quadro per i servizi alla persona
Dopo tre giorni di dibattito, il Consiglio Regionale ha approvato questa sera a maggioranza la legge quadro nel campo dell'assistenza sociale e sociosanitaria ("Governo della rete degli interventi e dei servizi alla persona in ambito sociale e sociosanitario"), trentun articoli che riorganizzano la rete dei servizi e degli interventi assistenziali definendo i compiti degli enti pubblici, delle istituzioni e del no profit.
Questi i principali elementi di novità della legge, illustrata in Aula da Margherita Peroni (FI):
- Snellezza delle procedure: non si elencano più tutti i servizi da offrire, per permettere un costante aggiornamento delle prestazioni assecondando i rapidi cambiamenti della realtà;
- Semplificazione per l'apertura di una nuova unità d'offerta. Basta la comunicazione di inizio attività (esclusi i servizi sociosanitari perché più complessi);
- Rafforzamento del sistema dei controlli: il controllo si sposta sul piano effettivo, operativo. Non basta dichiarare di essere in possesso dei requisiti autorizzativi, ma dimostrare di averli effettivamente adottati.
- Ruolo centrale del Comune: con l'istituzione del Segretariato sociale, in collaborazione con la ASL, la persona riceve l'assistenza necessaria attraverso un piano personalizzato che con continuità la segue nell'evolversi dei suoi bisogni, sia sul piano sociale che su quello sanitario. E' inoltre un organismo che fa da supporto alla Conferenza dei Sindaci.
- Istituzione del tutore o amministratore di sostegno per i non autosufficienti. Il servizio può essere attivato su richiesta della persona o dai familiari per i non autosufficienti;
- riconoscimento e rafforzamento del ruolo del Terzo settore, che non solo partecipa alla gestione della rete dell'unità d'offerta ma anche alla sua programmazione e gestione;
- si prevede la creazione del "Fondo per la non autosufficienza", con risorse del Governo (per il 2007 ha stanziato 15 milioni di Euro) al quale Regione Lombardia potrà concorrere con fondi propri, per sostenere la persona e la famiglia.
Alla programmazione regionale ed a quella comunale in ambito sociale (che si attua attraverso piani di zona sui quali possono intervenire anche le Province) partecipano i soggetti pubblici ed i soggetti del Terzo Settore (no profit).
Il ruolo principale del governo della rete sociale spetta ai Comuni (in forma singola o associata) mentre ai soggetti del Terzo settore si affidano compiti di programmazione regionale e comunale, di identificazione delle unità d'offerta, di vigilanza, di costituzione e gestione degli osservatori, di instaurazione di forme di collaborazione tra pubblico e privato non profit, per la gestione dei servizi alla persona ricorrendo anche a specifiche forme di affidamento.
Il governo della rete sociosanitaria è affidato alle ASL.
Per quanto riguarda le ASP (Aziende per i servizi alla persona) la nuova disciplina prevede tra l'altro la partecipazione alle società pubbliche o a capitale misto e la possibilità di una loro trasformazione in fondazione.
Le Province possono promuovere interventi innovativi, finanziati mediante proprie risorse, nell'ambito di entrambe le reti.
Principali contenuti
La rete delle "unità di offerta sociale e socio-sanitaria" rappresenta l'insieme dei servizi, delle prestazioni (anche di sostegno economico) e delle strutture territoriali, domiciliari, diurne, semiresidenziali e residenziali. Ha come finalità la promozione "di condizioni di benessere e inclusione sociale della persona, della famiglia e della comunità e di prevenire, rimuovere o ridurre situazioni di disagio dovute a condizioni economiche, psico-fisiche o sociali". Inoltre, la rete delle unità d'offerta garantisce il diritto alla esigibilità delle prestazioni sociali e socio-sanitarie comprese nei LEA (livelli essenziali di assistenza).
La libertà di scelta delle unità d'offerta è uno degli obiettivi che si prefigge la legge tra cui spiccano il riconoscimento ed il sostegno della famiglia quale nucleo fondamentale per la cura della persona, la personalizzazione e la flessibilità delle prestazioni.
Secondo gli indirizzi definiti dalla Regione, concorrono alla programmazione e alla realizzazione della rete i Comuni (singoli ed associati), le Province, le Comunità montane, le Asl, le Aziende per i servizi alla persona, le famiglie, il Terzo settore, le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, privati ed enti riconosciuti delle confessioni religiose.
Le unità di offerta sociali hanno il compito di aiutare la famiglia anche con interventi economici, tutelare la maternità e la vita umana fin dal suo concepimento, tutelare i minori, favorire la permanenza nel proprio ambiente familiare delle persone in condizioni di disagio sociale e l'integrazione degli stranieri, prevenire il fenomeno dell'esclusione sociale. Le unità di offerta sociosanitarie prevedono il sostegno alla persona e alla famiglia, con particolare riferimento allo sviluppo di una responsabile sessualità, alla procreazione consapevole, alla prevenzione dell'interruzione di gravidanza; intendono favorire la permanenza delle persone in stato di bisogno o di grave fragilità nel loro ambiente di vita; mirano a prevenire l'uso di sostanze illecite e a favorire il reinserimento sociale delle persone con dipendenze; danno assistenza alle persone in condizioni di disagio psichico ed assistere i malati terminali.
Le persone che accedono alle cure (o i familiari) partecipano, in rapporto alle proprie condizioni economiche e nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza, alla copertura dei costi delle prestazioni. Le rette vengono determinate dalla Giunta regionale.
La Regione esercita le funzioni di indirizzo, programmazione, coordinamento, controllo e verifica delle unità d'offerta sociale e sociosanitaria. Le Province concorrono alla programmazione e alla realizzazione di entrambe le reti con specifici riferimenti al sistema dell'istruzione, della formazione professionale e delle politiche del lavoro. In base al principio della sussidiarietà i Comuni, in forma singola o associata, e le Comunità montane delegate intervengono a livello locale in ambito sociale con la gestione, l'erogazione di servizi e prestazioni, i progetti, le sperimentazioni delle unità d'offerta. Alle ASL compete la programmazione e la realizzazione della rete sociosanitaria.
La legge abroga la legge regionale n.1 del 1986, modifica in maniera pressochè totale l'art.4 della legge regionale n.1 del 2000 (sui servizi sociali) e interviene sulle leggi regionali n. 1 del 2003 (in materia di ASP, Aziende per i servizi alla persona) e n.31 del 1997 sulla riforma del servizio sanitario regionale.
Dati statistici relativi ai servizi socio assistenziali della Lombardia
I servizi in ambito socio-sanitario in Regione Lombardia:
- Rsa (Residenze sanitarie per anziani): 613 strutture per oltre 53 mila posti letto
- Hospice: 16 strutture per 167 posti letto
- Cdi (Centri diurni integrati): 224 strutture per 4.918 posti letto
- Rsd (Residenze sanitarie per disabili): 51 strutture per 2.467 posti letto
- Css (Centri socio sanitari): 111 strutture per 936 posti letto
- Cdd (Centri diurni per disabili): 224 strutture per 5.503 posti letto
- Consultori familiari: 151 strutture pubbliche e 54 private
- Comunità per dipendenze: 2.459 posti
Per quanto riguarda l'assistenza domiciliare integrata (che comprende l'erogazione dei voucher sociosanitari) gli utenti sono stati 98.085.
Settore minori. Associazioni familiari: 600; nidi autorizzati: 1234 per 39 mila bambini; nidi famiglia, 315 per 1729 bambini; nidi aziendali. 108; comunità educative: 235; 30 comunità familiari 30.
Nel quinquennio 2001-2005, le organizzazioni di volontariato iscritte al Registro regionale hanno registrato un aumento del 29,72%, le associazioni senza scopo di lucro, il 121,53%, le cooperative sociali il 27,23%, le associazioni di solidarietà familiare il 35,9%.
VareseNews Giovedi 28 Febbraio 2008
I punti di vista di Prc, Pd e Forza Italia sul testo della legge approvata
Servizi alla persona, le reazioni alla legge
Ecco alcune delle dichiarazioni relative all'approvazione, avvenuta oggi, 28 febbraio, della legge regionale quadro sui servizi alla persona.
Negativo il giudizio sulla legge del capogruppo di Rifondazione Comunista Mario Agostinelli: "Il nostro forte ostruzionismo (oltre 1500 emendamenti e 270 ordini del giorno presentati) ha costretto la maggioranza a rivedere le sue posizioni, a scendere a patti e ad accogliere quattro nostri emendamenti. Siamo riusciti a far passare la costituzione di un apposito capitolo di bilancio per il fondo della non autosufficienza, ad eliminare ogni riferimento alla "sana sessualità", a garantire un contributo regionale per l'indigenza dell'assistito e a rafforzare il ruolo del servizio pubblico per assicurare la valutazione dei bisogni. Si tratta - ha aggiunto Agostinelli - di quattro importanti risultati della lunga battaglia ostruzionistica condotta dalla Sinistra Arcobaleno in Consiglio Regionale ma il nostro giudizio complessivo sulla legge non cambia perché si tratta di un provvedimento che tenta di portare avanti la parificazione tra pubblico e privato anche nell'assistenza".
"La legge approvata oggi - ha evidenziato la relatrice del provvedimento Margherita Peroni (Forza Italia) - istituisce un fondo per la non autosufficienza già previsto dal Piano Socio Sanitario regionale e rafforza la collaborazione tra il pubblico ed il privato, quel privato che non ha finalità di lucro e che in Lombardia rappresenta l'80% dei servizi.
Il welfare lombardo (le Rsa, gli asili nido, le residenze per disabili, le comunità per minori, i centri diurni...) continuerà a crescere attraverso la collaborazione tra istituzioni pubbliche e terzo settore, come prevede questa legge che riconosce la sua funzione pubblica alla stregua di quello che accade nelle nazioni dai modelli di welfare più avanzati. Tutto ciò non può esser certamente considerato una privatizzazione dei servizi, come considera l'opposizione di estrema sinistra, impegnata in questi giorni in un ostruzionismo non comprensibile. La nuova legge - continua Margherita Peroni - riafferma i diritti della persona a partire dalla certezza della cura e di un piano individualizzato che i servizi devono elaborare. Il provvedimento è una legge quadro che definisce i compiti di Regione, Province, Comuni e Asl e stabilisce le regole che devono ordinare il funzionamento della rete delle unità d'offerta. Ogni struttura deve dotarsi di una carta dei servizi che garantisce al cittadino le informazioni necessarie. Uffici di pubblica tutela e difensori civici dovranno contribuire a garantire l'accesso alle prestazioni secondo gli standard di qualità previsti. È stata potenziata la vigilanza con un nuovo sistema di controlli, effettuati "sul campo".
"Il testo - ha detto Ardemia Oriani del Partito Democratico - non esprime il progetto di welfare che la Lombardia dovrebbe avere. Siamo profondamente insoddisfatti e questo motiva il nostro voto negativo. Questa legge non garantisce un ruolo di partecipazione e programmazione ai Comuni e alle Province in materia di governo delle reti dei servizi sociali e non garantisce vera libertà di scelta ai cittadini. In Lombardia i servizi per l'infanzia non sono sufficienti, come non lo sono quelli per le donne, per gli anziani e per gli stranieri. Abbiamo perso un'occasione per riformare in modo positivo il nostro sistema di welfare."
VareseNews Giovedi 28 Febbraio 2008
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Non dimentichiamo l'altra presa di posizione in favore della vita della giunta reginale della Lombardia nel gennaio scorso
La scelta della vita
Più sostegno alle donne e nuovi limiti temporali per l'aborto terapeutico. Questi i due capisaldi delle nuove disposizioni, emanate dalla giunta regionale, per l'applicazione della legge 194 in Lombardia, dove ogni tre nati viene praticato un aborto e dove a farvi ricorso sono soprattutto le donne straniere (39%). Per molte è quasi una pratica anticoncenzionale: circa un terzo (27%) è già al secondo aborto, mentre il 7,5% addirittura al terzo. Sul primo versante, come ha spiegato il presidente Roberto Formigoni, la Regione ha deciso "il potenziamento delle attività preventive e di accoglienza delle donne in stato di gravidanza complessivamente effettuate dalle Aziende sanitarie locali, dai consultori e dai servizi di ostetricia e ginecologia, con attenzione alle sinergie rispetto ad altri soggetti rappresentativi del volontariato sociale". Per quanto riguarda, invece, il limite temporale, è stato abbassato a 22 settimane più tre giorni: oltre questo termine non sarà più possibile effettuare l'aborto terapeutico, ad eccezione dei casi in cui non sussista la possibilità di vita autonoma del feto.
Più risorse. Importanti le risorse aggiuntive messe a disposizione, che passano da 56 a 64 milioni di euro annui, con un incremento del 14%. La maggior parte di questi nuovi finanziamenti (il 75%), sarà destinato ad aumentare il numero degli specialisti che operano nei consultori pubblici, il 5% alla formazione degli operatori dei consultori sia pubblici che privati e il 20% per sostenere l'incremento delle tariffe erogate dalla Regione. In Lombardia sono attualmente attivi 284 consultori accreditati, di cui 225 pubblici e 59 privati, in grado di assistere 566mila donne all'anno. L'obiettivo è una crescita del 20%, che porti la rete dei consultori ad essere in grado di assistere 686mila persone.
Evidenza scientifica. La decisione di spostare a 22 settimane più 3 giorni il limite massimo per l'aborto terapeutico, è strettamente connessa alle attuali "evidenze scientifiche" che, appunto, dicono che a 23 settimane è possibile la vita autonoma del neonato. Considerando però che è dimostrato un margine di errore nella datazione della gravidanza, anche se effettuata in epoca gestazionale precoce e che la possibilità di vita autonoma del neonato migliora, tra la 22 e la 24 settimana, del 2-3% per ogni giorno di gravidanza, la Regione ha ritenuto che l'interruzione di gravidanza per l'aborto terapeutico non debba essere effettuata oltre la 22ª settimana più 3 giorni, "ad eccezione dei casi in cui non sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, per i quali devono essere fornite cure confortevoli ed il nato deve essere trattato con rispetto e delicatezza".
Primo passo. D'accordo con l'iniziativa regionale sono i medici cattolici di Milano che, con il presidente Giorgio Lambertenghi, parlano di "significativo passo in avanti verso il contenimento della piaga dell'aborto". Dopo aver sostenuto la moratoria, lanciata proprio dal capoluogo lombardo, qualche giorno fa, da Giuliano Ferrara, i medici cattolici accolgono con favore il potenziamento dei consultori. "L'attività di prevenzione e di assistenza delle donne è fondamentale - sottolinea Lambertenghi - e dovrà essere sempre più potenziata. L'auspicio è che, a questo primo passo, ne seguano altri in grado di aiutare le donne che si trovano di fronte a questa terribile scelta. Noi ci batteremo per un ulteriore potenziamento dei consultori, affinché questa pratica omicida sia ancor più limitata".
Prassi da diffondere. Le nuove linee guida emanate dalla Regione Lombardia, come spiega il giurista Giuseppe Anzani, "non rappresentano un mutamento normativo" rispetto alle disposizioni della 194, ma sono, comunque, una "precisazione importante in uno scenario mutato dai progressi scientifici". "Trent'anni fa, quando è stata pensata questa legge - aggiunge il giudice - era impensabile che un neonato potesse sopravvivere a una così giovane età gestazionale. Oggi, invece, la scienza ci dice che la vita è possibile anche a 22 settimane a qualche giorno (3 dicono gli esperti lombardi, 6 quelli del gruppo di lavoro ministeriale) e, quindi, bene ha fatto la Regione a inserire questo nuovo limite nelle proprie direttive" Una novità che potrebbe fare scuola. "Sarebbe importante - riprende Anzani - che queste linee guida fossero introdotte anche dalle altre Regioni, così da avere un'uniformità di azione sull'intero territorio nazionale ed evitare che ci siano ancora ospedali dove, invece, si pratichino aborti alla 24-25ª settimana e oltre. Quella lombarda dovrebbe quindi essere una prassi riconosciuta in tutti gli ospedali italiani".
a cura di Paolo Ferrario