"Le proporzioni di un massacro: campi di sterminio e fosse comuni" è il titolo della ricerca condotta da Lidija Golovkova sulla politica di sterminio messa in atto dal governo sovietico, pubblicata nell'ultimo numero della rivista La nuova Europa. La Golovkova, dell'università Ortodossa Umanistica di Mosca, dopo un ventennale lavoro di ricerca, riporta alla luce nomi e volti delle vittime del terrore sovietico esercitato ovunque, dai luoghi più visibili come il centro di Mosca e Leningrado, alle chiese e ai monasteri spesso utilizzati come prigioni o come poligoni di fucilazione: in Russia, sino ad oggi, sono stati catalogati non meno di 800 punti di morte immediata, ma solo in pochissimi di questi è stato possibile fare qualcosa a difesa della memoria. Diversamente da quanto si pensa il terrore non è da addebitare esclusivamente a Stalin ma è nato con la stessa Rivoluzione: i primi campi di concentramento furono infatti aperti a Mosca nel 1918 nei monasteri di San Giovanni, di Andronico e del Salvatore Nuovo.
Lo studio dimostra inoltre come i sovietici abbiano anticipato tecniche poi applicate dai nazisti. Questa verità e, conseguentemente, l'equiparazione tra gulag sovietici e lager nazisti ha sollevato e solleva ancora oggi aspre e diffuse reazioni.
Camion della morte e gas. I nazi impararono da Stalin
In un saggio di Golovkova nella rivista "La nuova Europa", documenti inediti sulle analogie fra i due totalitarismi. Anche nelle atroci modalità di sterminio.
La ricerca condotta da Lidija Golovkova sulla politica di sterminio messa in atto dal governo sovietico sin dalla sua nascita "Le proporzioni di un massacro: campi di sterminio e fosse comuni" nell'ultimo numero della rivista La nuova Europa (organo della Fondazione Russia Cristiana fondata da padre Romano Scalfi) - presenta una documentazione (anche fotografica) in parte inedita. La Golovkova è docente dell'Università Ortodossa Umanistica "San Tichon" di Mosca e ha svolto in questi ultimi anni un'attività di indagine non solo accademica. A lei si deve la scoperta di numerose fosse comuni a Mosca e nei dintorni. In questo studio colpisce in particolare la ricostruzione del sistema (in uso dal 1937 a Mosca) di vere e proprie "camere a gas" rappresentato dai furgoni in cui vi si soffocavano le vittime deviando al loro interno i fumi del tubo di scappamento. La dimensione di massa del terrore e l'organizzazione burocratica della detenzione, della tortura, del lavoro forzato, dello sterminio e della eliminazione dei cadaveri attribuiscono alla Russia sovietica il primato. Questa verità e, conseguentemente, l'equiparazione tra gulag sovietici e lager nazisti ha sollevato e solleva ancora aspre e diffuse reazioni. Il fatto che il termine "Gulag" sia la sigla che incorpora la comune denominazione (in quanto indica la Glavnoe Upravlenic Lagerej e cioè la Direzione Generale Lager) non ha rilevanza. In Italia in particolare il fenomeno dei campi di concentramento comunisti non ha mai prodotto l'emozione suscitata, ad esempio, in Francia sin dalla pubblicazione di "Arcipelago Gulag" nel 1974. Il capolavoro del filosovietismo italiano, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, è consistito nel diffondere l'idea secondo cui parlare di gulag fosse una manovra filonazista e di stampo negazionista finalizzata a diminuire l'importanza della Shoah e a far scivolare in secondo piano l'antisemitismo.
Le inutili denunce degli storici
Questa campagna fu così rilevante da coinvolgere persino una personalità come Primo Levi che si adoperò per definire come un minor male quel che avveniva in campo sovietico: «Non è così totale -affermò nel 1979 - il disfacimento dell'uomo, la speranza di uscire ce l'hanno pure, hanno pure una parvenza di vita legale per cui possono fare delle proteste collettive, sono curati quando si ammalano». «La morte dei prigionieri - aggiungeva - non veniva espressamente ricercata: era un incidente assai frequente, e tollerato con brutale indifferenza, ma sostanzialmente non voluto». E sulla reclusione degli intellettuali in ospedali psichiatrici durante la repressione ripresa con Breznev, affermava che il dissenso «non è più punito, ma si cerca di demolirlo con farmaci (con la paura dei farmaci)» e che comunque in Urss questi «ricoverati politici» non supererebbero il centinaio. Quando Gustavo Herling (che da giovane polacco tentando di espatriare nel 1939 per andare a combattere Hitler era stato arrestato dai sovietici e messo in campo di concentramento) precisò che la differenza tra chi era internato da Stalin rispetto a Hitler consisteva nel fatto che gli ebrei erano perseguitati in quanto tali mentre nel gulag si finiva con le accuse generiche dell'art. 58 sulle «attività controrivoluzionarie», venne accusato di antisemitismo (di aver fatto affermazioni che «fanno venire i brividi», di offrire «una connotazione in qualche modo valida» alla persecuzione degli ebrei) sul "Corriere della Sera" a firma di Cesare Segre. Era il 1999, il muro di Berlino era crollato e gli archivi sovietici aperti, ma lo sterminio di massa da parte dei comunisti era una verità non accettata. La condanna dei crimini contro l'umanità operati nei Paesi sotto le bandiere con falce e martello non è un punto condiviso. Ciò dipende dalla cooptazione in blocco dei partiti postcomunisti nella "famiglia" del socialismo europeo. Nel gennaio del 2005 venne presentato all'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa riunita a Strasburgo un rapporto sui crimini commessi da regimi comunisti totalitari in cui si chiedeva la convocazione di una conferenza internazionale, la revisione dei testi scolastici che ancora inneggiavano alle dittature comuniste ed iniziative per commemorare le vittime dei gulag. La proposta venne approvata a maggioranza da popolari e liberali, ma non fu esecutiva in quanto i socialisti votarono contro facendo mancare la maggioranza qualificata richiesta per renderla vincolante. Il gruppo socialista motivò l'opposizione alla condanna dei regimi comunisti in quanto essa riguarda «uomini idealisti che si sono battuti per la libertà, di cui alcuni sono anche membri di questa assemblea».
Cancellare il ricordo di Dio
La Golovkova dedica l'ultima parte dello studio alla persecuzione religiosa: una politica di sterminio "mirata" che rispecchiava l'elemento di fondo del comunismo sovietico come ideologia volta a plasmare l'"uomo nuovo". Proprio nel periodo centrale del "Grande terrore", nel maggio 1937, il governo sovietico decretò che «il nome di dio dovrà essere dimenticato in tutto il territorio dell'Urss». Delle 78 mila chiese aperte prima del novembre 1917 all'inizio della guerra ne rimanevano meno di 400 (secondo alcune fonti solo 150). Quasi tutti i religiosi erano arrestati in base all'art. 58 e sotto tortura si riconobbero colpevoli di «attività controrivoluzionaria» o «propaganda antisovietica», ma nelle questioni di fede si dimostrarono impavidi. «Né torture né minacce - afferma la Golovkova - valgono a costringerli ad abiurare, a rinnegare Dio e la Chiesa».