Nella sede della Pontificia Università San Tommaso d'Aquino in Urbe, la Società Internazionale Tommaso d'Aquino (SITA) ha organizzato il 24 novembre scorso un convegno dedicato all'enciclica con cui un secolo fa S. Pio X condannò il modernismo.
Al convegno hanno preso parte oltre allo storico prof. de Mattei, anche il filosofo Giovanni Turco, docente all'Università Europea di Roma, il teologo domenicano padre Giovanni Cavalcoli e mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro. Moderatore del convegno è stato padre Elvio Fontana, Segretario della SITA e membro dell'Istituto del Verbo Incarnato.
Arditamente padre Cavalcoli nella sua conferenza ha affermato: "L'intervento coraggioso e intelligente di Pio X ottenne sul momento buoni risultati; ma non riuscì ad estirpare il male alla radice: il fuoco rimase sotto la cenere ed è di nuovo divampato a partire dall'immediato postconcilio, benchè in realtà il Concilio non autorizzasse assolutamente la rinascita delle dottrine moderniste. Eppure è successo proprio questo, come il Maritain notò tempestivamente ed acutamente sin dal 1966 nel suo famoso libro Le paysan de la Garonne. L'episcopato, in questa circostanza, si trovò spiazzato, perché il fenomeno non sembrava umanamente prevedibile. Esso ebbe infatti origine dall'ambiente stesso nel quale erano maturati i documenti del Concilio, e in special modo da alcuni teologi periti del Concilio, teologi stimati e di fama internazionale, che fino a quel momento avevano prodotto opere che apparivano di grande valore, come per esempio Schillebeeckx e Rahner"...
Per gentile concessione di padre Giovanni Cavalcoli O.P. riportiamo il TESTO INTEGRALE della sua conferenza
La "Pascendi" di S. Pio X e la teologia di oggi
Attualità dell'enciclica di S.Pio X
Ad un secolo di distanza dalla pubblicazione dell'enciclica "Pascendi" di S.Pio X, il suo contenuto si mostra di una straordinaria attualità, perché gli errori ivi denunciati sono oggi più che mai vivi, benchè con denominazioni diverse, onde non far venire in mente le condanne del Santo Pontefice.
Nel 1985 il Servo di Dio, il teologo domenicano Tomas Tyn scriveva all'allora Card.Ratzinger, ricevendo il suo pieno consenso (1): "Bisogna tornare al vero Concilio, ossia a quello che è conforme alla tradizione di tutti i secoli della Cristianità cattolica, e rimanere fedeli a questa interpretazione. Il più pernicioso degli errori del nostro tempo è quello che divide il Magistero tra prima e dopo il Concilio, strappa l'uno dall'altro e oppone l'uno all'altro. ... Gli errori di oggi si fondano tutti su quel soggettivismo che la lettera enciclica Pascendi svela e denuncia come lo spirito avvelenato del modernismo".
L'intervento coraggioso e intelligente di Pio X ottenne sul momento buoni risultati; ma non riuscì ad estirpare il male alla radice: il fuoco rimase sotto la cenere ed è di nuovo divampato a partire dall'immediato postconcilio, benchè in realtà il Concilio non autorizzasse assolutamente la rinascita delle dottrine moderniste.
Eppure è successo proprio questo, come il Maritain notò tempestivamente ed acutamente sin dal 1966 nel suo famoso libro Le paysan de la Garonne. L'episcopato, in questa circostanza, si trovò spiazzato, perché il fenomeno non sembrava umanamente prevedibile. Esso ebbe infatti origine dall'ambiente stesso nel quale erano maturati i documenti del Concilio, e in special modo da alcuni teologi periti del Concilio, teologi stimati e di fama internazionale, che fino a quel momento avevano prodotto opere che apparivano di grande valore, come per esempio Schillebeeckx e Rahner.
All'inizio del Concilio, Papa Giovanni XXIII, come è noto, aveva pronunciato quel famoso discorso nel quale aveva affermato che gli errori del nostro tempo sono talmente evidenti ed hanno portato frutti così esiziali, che ormai gli uomini erano propensi a rigettarli spontaneamente e di propria iniziativa.
L'episcopato, quindi, nella sua maggioranza, non era preparato a sospettare che in realtà esistessero ancora errori pericolosi ben celati sotto le apparenze del cosiddetto "aggiornamento" e propalati da teologi apparentemente insospettabili. Senonchè lo stesso Paolo VI, già nel 1965, con l'enciclica Mysterium Fidei, denunciò con tempestività gravi errori concernenti il mistero eucaristico, dogma centrale della fede cattolica, mentre l'anno seguente il cardinale Ottaviani, Prefetto della neonata Congregazione per la Dottrina della Fede, ebbe anch'egli il coraggio di denunciare una serie di gravi errori che toccavano la sostanza della fede, in una lettera indirizzata ai Presidenti della neonate Conferenze episcopali nazionali.
Tutto ciò dimostrava all'evidenza che l'idea di Papa Giovanni secondo la quale non c'erano errori da condannare non era adeguata allo stato reale delle cose. Purtroppo, nel clima di euforica esaltazione del momento, il grave per non dire gravissimo richiamo del card.Ottaviani e l'enciclica di Paolo VI non furono quasi ascoltati, ed anzi i modernisti riuscirono a presentare l'eminente teologo Ottaviani come un reazionario attardato nella mentalità del preconcilio.
Così i neomodernisti, celati sotto le apparenze di quelli che si cominciò a chiamare "progressisti", si mostrarono ben decisi ed organizzati, con la pubblicazione del famoso Catechismo Olandese, che ebbe purtroppo l'avallo dell'episcopato olandese sotto la guida del card.Alfrink.
Papa Paolo VI nominò bensì una commissione cardinalizia che eliminò dal Catechismo le numerose eresie che conteneva. Ma ancora una volta il Papa non prese provvedimenti contro coloro che avevano dato origine al catechismo, forse per riguardo alla Conferenza episcopale olandese che lo aveva approvato. Ma in tal modo le correzioni apportate dalla commissione cardinalizia ebbero scarsissimo effetto e non fermarono affatto la diffusione degli errori del Catechismo olandese.
In tal modo si affermava sempre più nella Chiesa la corrente neomodernista, la quale ipocritamente rifiutava con sdegno questo appellativo, né d'altra parte erano molti coloro che, pur volendo esser fedeli al Concilio, si rendevano conto della pericolosità dei cosiddetti "progressisti", i quali, presentandosi come gli esemplari realizzatori del Concilio, ricattavano più o meno apertamente il mondo cattolico con queste parole: "vuoi esser fedele al Concilio? Vieni con noi!".
L'inaffidabilità di questa proposta avrebbe dovuto apparire chiara dal fatto che questi sedicenti progressisti non si attenevano alle interpretazioni dei testi conciliari che via via il Magistero della Chiesa veniva offrendo al popolo di Dio. Ma ormai erano riusciti ad imporre talmente le loro idee, che molti cominciarono a seguirli, nonostante questa ribellione agli insegnamenti del Magistero.
Infatti i modernisti sono riusciti ad imporre una concezione del Magistero non come guida della Chiesa ma come ala tradizionalista da trattare alla pari ed eventualmente con alterigia, creando così quello che Paolo VI avrebbe chiamato il "magistero parallelo".
Il linguaggio dell'enciclica
L'enciclica presenta il modernismo come una visione d'insieme del cristianesimo improntata ad una gnoseologia soggettivista, agnostica ed esperienziale, e ad una concezione della realtà fenomenista, evoluzionista ed immanentista. Non fa i nomi dei modernisti, ma si limita ad un'esposizione sintetica delle loro dottrine accessibile al grande pubblico, preoccupandosi di mostrare i legami logici che le connettono tra loro.
E' piuttosto vaga sulle origini storiche del fenomeno, salvo la citazione del protestantesimo e dei "falsi mistici". Infatti il modernismo viene presentato più come un fenomeno di tipo spiritualistico che materialistico; ricordiamo infatti che allora esisteva la marea montante del socialismo marxista. Ma allora, a differenza di quanto sarebbe accaduto nel postconcilio, il marxismo non seduceva ancora il mondo cattolico.
Pio X dà al termine "modernismo" un senso spregiativo non perché egli sia contrario al "nuovo" o al "moderno" come tale, anche se una lettura superficiale del documento può dare questa impressione. Egli infatti sa bene che esiste una modernità sana e accettabile, esistono cose nuove utili e lecite. Soprattutto, come credente, sa bene che il Vangelo è una "novità" e che lo Spirito Santo "rinnova tutte le cose".
A tutta prima sembrerebbe che per il Pontefice la verità stia solo nell'antico. E un certo suo modo di esprimersi può farci cadere in questo fraintendimento. Ma in realtà il Santo Pontefice usa un linguaggio tradizionale, improntato alla terminologia della latinità, per la quale il novum non è, come nel linguaggio moderno, il migliore, sulla base dell'idea del progresso, ma al contrario è per definizione un qualcosa che, scostandosi dal vero precedente supposto immutabile, non può che essere falso.
Così pure la polemica di Pio X contro la "filosofia moderna" va intesa con questa chiave di lettura. Il Papa non è affatto contro il dovere di migliorare, approfondire, aumentare e perfezionare le conoscenze filosofiche, né respinge l'idea che una filosofia possa trovare nuovi veri o possa trovare una soluzione nuova a questioni antiche, come avviene in qualunque sapere scientifico.
Il Papa invece assume l'espressione "filosofia moderna" così come la tradizione cartesiana, appoggiata dal protestantesimo, e sfociata nell'idealismo tedesco, ha chiamato e chiama tuttora se stessa, dando ovviamente a questa espressione un senso positivo, quasi che tale filosofia abbia corretto e superato il tradizionale realismo scolastico cattolico ed aristotelico-tomista.
La filosofia postcartesiana da sempre chiama se stessa "filosofia moderna" con tono presuntuoso, quasi che al di fuori di essa non esista altra filosofia moderna (per esempio il tomismo moderno). E purtroppo la tradizione storiografica corrente, con poco spirito critico, ha accolto ingenuamente e supinamente questo prestigioso appellativo che i cartesiano-hegeliani hanno dato a se stessi con tono di disprezzo nei confronti della filosofia cattolica, quella che il Papa chiama "filosofia scolastica", nella quale emerge, per tradizionale riconoscimento della Chiesa, la filosofia aristotelico-tomista.
Parimenti Pio X assume il termine "filosofia scolastica" nel senso che i tomisti e in genere i filosofi cattolici davano a questa espressione, a ricordo della grande scolastica medioevale, ma niente affatto con l'intento di restare fermi al medioevo, benchè giustamente riconoscessero nei maestri di quel periodo delle guide che avevano lasciato un patrimonio filosofico perenne, parte del quale era stato dimenticato, per cui doveva essere recuperato ed approfondito nel tempo presente.
Intendendo in tal senso la "filosofia scolastica", si comprende allora perché il Papa la presenti come confutazione della "filosofia moderna", oggi diremmo non della filosofia moderna come tale, ma dei suoi errori. Viceversa, Pio X, con "filosofia moderna" intende gli errori della filosofia postcartesiana, la quale, in collaborazione col protestantesimo, ha prodotto l'idealismo tedesco, che a sua volta ha condotto all'ateismo contemporaneo.
E' vero che Pio X, come non fa nomi di modernisti, così non fa i nomi dei loro maestri, i quali però, ad un esame delle dottrine moderniste esposte dal Papa, non è difficile mettere in luce. Ciò non toglie indubbiamente che i modernisti avessero elaborato idee proprie, le quali però sono oggi cadute di moda.
Il metodo dell'enciclica
Il metodo, rispetto a quello tradizionale del Magistero relativo alla condanna di errori dottrinali, presenta un aspetto di novità e un aspetto di continuità.
La novità è data dal fatto che non si presenta un elenco di proposizioni con relative censure (a parte il decreto "Lamentabili" dell'anno precedente), ma, come ho detto ed è dichiarato espressamente nell'enciclica, si intende presentare una visione di insieme del fenomeno modernista, mostrando, per quanto possibile, i nessi logici tra le varie discipline, in particolare si vuole evidenziare come gli errori teologici discendono dalla visione filosofica.
E' stata un'impresa grandiosa, che deve aver impegnato collaboratori del Papa, rimasti ufficialmente sconosciuti, di alto acume speculativo e notevole informazione positiva. Impresa tanto più difficile considerando la vastità e la complessità del fenomeno modernista e i suoi aspetti oscuri, equivoci, contradditori e proteiformi.
Difficile determinare che cosa dipende direttamente dal Papa e che cosa egli ha accolto dalle iniziative dei collaboratori. Si sa che Pio X non possedeva speciali titoli accademici né personalmente speciali interessi speculativi. Era tuttavia un Santo e in lui il carisma di Pietro e la sapienza dello Spirito Santo lo hanno guidato nella scelta dei collaboratori e nel percepire, per un soprannaturale istinto, i gangli vitali di quelle dottrine che egli, con linguaggio biblico, non esita a definire come ispirate dalla superbia del demonio.
Evidentemente non possiamo pensare che tutte le dichiarazioni dell'enciclica posseggano la medesima nota teologica; per cui resta ai teologi il non facile ma doveroso compito di analizzare una per una tutte le tesi e le osservazioni del grande documento, cercando, per ciascuna, di stabilirne la nota teologica. Sotto questo punto di vista il metodo espositivo dell'enciclica non sembra esser stato del tutto conveniente: non per nulla si scosta da una tradizione plurisecolare, che aveva sempre preferito un elenco di brevi proposizioni, in modo che l'errore in qualche modo "balzasse agli occhi", un po' come si usa in medicina quando si isola il virus di una data malattia.
Questo metodo nuovo accosta lo stile dell'enciclica al metodo espositivo proprio dei documenti del Concilio Vaticano II, essi pure, come è noto, oggetto di riserva da parte di alcuni sempre dal punto di vista didattico-metodologico. Tuttavia questo metodo, rispetto a quello tradizionale, non è privo di vantaggi, in quanto mette in luce come una proposizione, per essere ben intesa, debba normalmente essere contestualizzata; a meno che non sia di una tale chiarezza, da avere senso da sé senza la necessità di essere contestualizzata.
Un aspetto metodologico tradizionale dell'enciclica è invece il fatto che il Pontefice vede nel fenomeno del modernismo soltanto un cumulo di errori da condannare, senza riconoscere aspetti o istanze valide da recuperare e incoraggiare. Ora, volendo dare uno sguardo completo sul vasto e complesso fenomeno, sembra soprattutto oggi opportuno rilevare che nel modernismo esistevano anche esigenze giuste che non potevano essere dilazionate o ignorate. Invece la severità, pur in se stessa giusta, dell'intervento pïano sortì l'effetto, anche per modi non sempre equilibrati di farlo rispettare, di impedire a quelle esigenze di esprimersi liberamente e di trovare una ragionevole soddisfazione.
Anzi, come è noto, dall'enciclica prese occasione e diciamo pure pretesto un clima di sospetto e di esagerata severità, che finì per colpire anche personaggi innocenti e di santa vita, come il teologo Juan Arintero, l'esegeta Joseph Lagrange e il Card.Ferrari, anche se essa dette il via a una forte ripresa del tomismo in vari paesi, soprattutto in Francia con l'opera dei Domenicani e con la famosa Revue Thomiste.
Sarebbe occorso il Concilio Vaticano II per offrire a quelle esigenze la maniera giusta di realizzare ciò a cui esse aspiravano in molti campi della vita ecclesiale. Ma, come pure è noto, dal Vaticano II ha preso occasione una forte e malcelata rivalsa del modernismo, sicchè quanto Pio X aveva ottenuto con la sua enciclica, oggi è andato perso, per cui questo grande documento oggi riacquista una sorprendente attualità ed utilità, benchè ovviamente bisogni accuratamente distinguere il modernismo dei tempi del Santo Pontefice da quello dei nostri. Ma non pare affatto anacronistico o inopportuno parlare anche per oggi di una nuova forma di modernismo, che potremmo chiamare "neomodernismo".
Che cosa è in sostanza il modernismo? E' un modo sbagliato di valutare il pensiero moderno nell'intento in sé lodevole di far progredire il pensiero cattolico. E tale sbaglio dipende dal fatto che l'operazione non viene condotta con i giusti criteri, alla luce della Scrittura, del Magistero della Chiesa e di S.Tommaso, ma lasciandosi influenzare e ingannare dai falsi criteri dello stesso pensiero moderno, per cui le sorti si invertono: invece di essere il tomismo a respingere gli errori moderni, si finisce per respingere il tomismo in base ai falsi criteri moderni.
Teologia del modernismo
Non è possibile, nello spazio di questa breve relazione, e neppure forse molto utile, esaminare uno per uno tutti gli errori teologici ai quali accenna l'enciclica, anche perché effettivamente alcuni non sono più di attualità. Ciò che invece mi sembra rimasto attuale è il fondo sostanziale del modernismo, quel plesso di idee gnoseologico-teologiche, che è alla base di tutte le sue diramazioni e applicazioni nei numerosi campi della vita cristiana, ai quali ho accennato sopra. Vorrei in modo particolare rievocare la concezione modernista della fede, della Rivelazione e del dogma così come è presentata nell'enciclica; e poiché il mio tema richiede un confronto con la teologia di oggi, mi limiterò a fare riferimento a un caso emblematico, quello di Karl Rahner. Noteremo delle forti somiglianze di contenuto, al di là della differenza delle espressioni verbali.
La teologia modernista ovviamente è espressione della filosofia modernista; a tal riguardo l'enciclica definisce la gnoseologia modernista come fenomenismo immanentista e agnostico. Il fenomenismo non consente di attingere, al di là del fenomeno, una realtà sostanziale esterna. Ma anche lo stesso fenomeno non è, in forza dell'immanentismo, un dato esterno, ma un dato di coscienza e di un'esperienza interiore, è un oggetto del "sentimento" emergente dal "subconscio" soggettivo; è una semplice modificazione del soggetto.
L'agnosticismo comporta il rifiuto del concetto come rappresentazione di un'essenza universale ed oggettiva. Il concetto non è una rappresentazione ma un simbolo del reale. Il concetto evolve ed è relativo ai differenti contesti culturali.
L'uomo, quindi, non ha da adeguarsi a un dato esterno, ma deve esprimere ciò che ha nel suo intimo e che emerge dal subconscio come esperienza "vitale" - come Erlebnis, avrebbe cominciato a dire in quegli anni Husserl - prima dell'opera della concettualizzazione e della stessa esperienza sensibile. L'uomo quindi non scopre Dio passando dalle realtà esterne, ma in modo originario per un'ineffabile esperienza preconcettuale.
L'uomo sente originariamente ed intuitivamente Dio in sé, Dio "immanente", perché per natura l'uomo ha bisogno di Dio, per cui Dio appare atematicamente nel sentimento e nella coscienza. Dio quindi non è trascendente. Da qui l'inutilità di una distinzione fra conoscenza naturale di Dio e conoscenza di fede, e quindi, più in generale, fra piano naturale e piano soprannaturale della vita umana, perché tutto è immanente ed intimo nell'uomo e tutto sorge dal subconscio, come bisogno dell'uomo.
In base a questi presupposti, la fede non sarà più un assenso dell'intelletto, illuminato dalla grazia, a proposizioni ritenute vere in base ad un ragionevole esame di prove di credibilità e in ossequio all'autorità di un Dio trascendente precedentemente scoperto mediante la ragione partendo dall'esperienza della realtà esterna e mediato dalla comunità ecclesiale, ma appare come sentimento o esperienza di un Dio interno alla coscienza, che non si manifesta in concetti, ma in un'intuizione atematica - ecco la rivelazione -, la quale solo successivamente e in maniere sempre mutevoli, inadeguate e provvisorie, viene espressa in concetti dalla Chiesa, ed ecco i dogmi.
Questo breve quadro della visione modernistica del sapere di fede ci fa comprendere quanto ad essa è vicina la concezione rahneriana. Certo, Rahner usa qualche termine diverso, mentre in lui sono assenti termini caratteristici del modernismo, oggi passati di moda; ma è vano il tentativo rahneriano di sfuggire all'accusa di modernismo col semplice mutare i termini del linguaggio e con piccole sfumature contenutistiche. Anzi la posizione rahneriana, al di là della dichiarata ascendenza heideggeriana, è ancora più orientata verso il panteismo hegeliano, con la sua caratteristica confusione della metafisica con la logica e la morale, e con l'identificazione dell'antropologia con la cristologia e la teologia.
I modernisti erano kantiani. Rahner è hegeliano.
Per i modernisti l'essere è oggetto dell'intuito, ma distinto dall'intuito: sostanzialmente erano degli ontologisti; per Rahner, come per Hegel, l'essere coincide (come in Dio) con l'essere pensato.
Per i modernisti la persona è distinta dal suo agire; per Rahner, come per Hegel, la persona coincide col suo agire.
Per i modernisti Dio è sì immanente, ma sempre distinto dall'uomo, come il Dio kantiano; per Rahner Dio è il compimento e l'orizzonte ultimo dell'autotrascendenza dell'uomo, come per Hegel, e l'uomo è la concretizzazione di Dio, ancora come per Hegel.
Per i modernisti Dio è ancora il creatore, distinto dal mondo; per Rahner, come per Hegel, Dio non esiste senza il mondo.
Per i modernisti la grazia è ancora distinta dall'uomo, anche se esigita dall'uomo; per Rahner la grazia non è solo esigita, ma costituisce l'esistenza dell'uomo e quindi è inamissibile, e per lui la grazia non è un dono di Dio, ma è Dio stesso.
I modernisti distinguevano l'uomo da Cristo; per Rahner, come per Hegel, Cristo è il vertice ultimo del progresso dell'uomo e l'uomo è la base del divenire di Dio.
Per i modernisti il dogma muta; per Rahner, hegelianamente, è Dio stesso che muta.
Per i modernisti Dio è immortale; per Rahner, come per Hegel, Dio soffre, nega se stesso e muore.
Per i modernisti Dio è buono; per Rahner, come per Hegel, Dio è principio anche del male.
Per i modernisti, l'uomo è pur sempre creatura di Dio; per Rahner, come Hegel, l'uomo pone liberamente in essere la sua propria essenza.
Per i modernisti, l'uomo deve pur sempre obbedire a Dio; per Rahner, come per Hegel, l'uomo che diviene Dio non regola più il proprio agire sulla legge data da un Dio trascendente, ma, in base al principio cartesiano dell'autocoscienza, diventa legge a se stesso, con le conseguenze morali che si possono immaginare.
Comprendiamo allora il parere di acuti conoscitori della storia del pensiero, come il Maritain, il Tresmontant, il P.Alberto Galli,OP o il Fabro, secondo i quali il modernismo di oggi è peggiore del modernismo dei tempi di S.Pio X. E se il Santo Pontefice nella sua enciclica poteva rilevare la presenza del modernismo nei soli "sacerdoti", facendo appello ad un Episcopato che allora appariva compatto, oggi pare che la stessa unità dottrinale dell'Episcopato e del Collegio cardinalizio sia incrinata, senza che ciò ovviamente comprometta l'ortodossia dei pastori uniti al Papa.
Ciò indubbiamente non ha impedito la riforma operata dal Concilio Vaticano II. Tuttavia, come stanno ripetendo i Papi da quarant'anni, essa è stata in gran parte frustrata dalla falsa interpretazione datane dai neomodernisti, nonostante le interpretazioni autentiche del Magistero, regolarmente accusato da loro di "tradire" il Concilio.
Ciò che tuttavia ci si può attendere oggi dal Magistero è l'offerta di un incoraggiamento a coloro che, magari con povertà di mezzi o in condizione di emarginazione, si sforzano di attuare la riforma conciliare non nell'interpretazione modernista ma in quella della Chiesa.
I pastori dovrebbero inoltre prendere esempio dalla precisione con la quale Pio X ha fatto la diagnosi del male: solo queste sono le premesse per una cura efficace, così come avviene in medicina, dove le malattie si guariscono solo con cure specifiche. I rilievi generici non bastano. Sono come una rete troppo larga che lascia sfuggire i pesci.
Bisogna inoltre che i pastori cessino di barcamenarsi tra modernisti e veri cattolici quasi si trattasse di due opzioni parimenti legittime, ma occorre che prendano coraggiosamente posizione a favore di chi, magari tra ostacoli ed incomprensioni, è veramente ed integralmente fedele ed occorre altresì che, con apostolica parresìa e saggio discernimento, critichino con esattezza e persuasività gli errori, per la salvezza delle anime e il bene della Chiesa.
Anche le attività ecumeniche, in se stesse assai preziose, devono però essere condotte senza rinunciare a far presenti con franchezza, anche a costo di opposizioni, ai fratelli separati quelli che sono gli errori che ancora impediscono a loro di essere in piena comunione con la Chiesa cattolica, evitando il rischio contrario di lasciarsi ingannare da questi errori.
Vogliamo chiedere al Signore pastori e teologi che non regolino il loro pensiero e la loro azione su criteri di convenienza dettati dal successo o dal rispetto umano, ma con vero spirito soprannaturale, con criteri dati esclusivamente dalla totale fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, sull'esempio dei santi, senza temere la sofferenza e la virulenza del nemico, ma portando avanti la "buona battaglia" nella sicurezza della vittoria.
P. Giovanni Cavalcoli,OP Bologna, 13.XI.2007
NOTE
1) Il testo della lettera di P.Tyn con la relativa risposta del Cardinale sono pubblicati nel mio libro "Padre Tomas Tyn, un tradizionalista del postconcilio", Edizioni Fede&Cultura, Verona 2007.
Chi è p. Giovanni Cavalcoli
Sacerdote domenicano, nato a Ravenna il 9 agosto 1941, p. Giovanni Cavalcali ha conseguito la Laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Bologna nel 1970, la Licenza in Filosofia e il Dottorato in Teologia alla Pontificia Università "S.Tommaso d'Aquino" di Roma rispettivamente nel 1981 e nel 1984. Attualmente è docente di metafisica nello Studio Filosofico Domenicano di Bologna e di teologia sistematica nella Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna (FTER).