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Venerdì, 4 Luglio 2008
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Osservatorio

"Il Gesù di Pagola non è il Gesù della fede della Chiesa"

Data:
12 Febbraio 2008
Autore:
AAVV

pagola.jpgSi sta diffondendo in Spagna un libro il cui autore è l'ex vicario generale della diocesi di San Sebastián, mons. José Antonio Pagola, teologo basco che gode di molto prestigio e notorietà. Il titolo del libro, che ha già raggiunto la settima edizione con più di 30.000 copie vendute, è Jesús. Aproximación histórica (Gesù. Approccio storico). Come l'italiano Mancuso, anche Pagola ha ricevuto una solenne stroncatura, nonostante il suo libro su Gesù sia un successo editoriale (nel top delle vendite a Natale). La stroncatura solenne è venuta da un vescovo coraggioso, quello di Tarazona, mons. Demetrio Fernández. Mons. Fernandez riconoscendo gli errori contenuti nel libro e la loro seducente pericolosità, è intervenuto con una Lettera pastorale "Il libro di Pagola provocherà dei danni". In essa si legge: «Questo libro, che si legge con piacere per il buon stile letterario dell'autore, seminerà confusione, anche nella mia diocesi, piccola e umile, che vive influenzata come tutte dai fenomeni di massa, tante volte provocati da grandi campagne mediatiche». Anche don José Rico Pavés, Direttore del Segretariato della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede (CEE), ha denunciato con grande lucidità la pericolosità dell'opera di Pagola e gli errori in essa contenuti. Due interventi coraggiosi, considerando che sia il card. Carlos Amigo di Siviglia, sia il presidente della Conferenza episcopale spagnola mons. Blázquez, hanno manifestato un certo apprezzamento per l'opera di Pagola (a Siviglia addirittura è stata presentata ufficialmente nel Centro di Studi Teologici).

Ma ancora più rilevante è la stroncatura che, indirettamente ma chiaramente, ha fatto del libro di Pagola mons. Angelo Amato, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, l'8 febbraio nel contesto delle XLIII Giornate di Questioni Pastorali, tenutesi nel Centro Sacerdotale di Montalegre (Barcellona)...

Nel testo scritto del suo intervento, che aveva come tema Cristologia cattolica, mons. Amato non ha risparmiato critiche nei confronti dell'ormai noto metodo storico-critico, scrivendo: «...È stato ridotto ad un'ombra Colui che si è definito "Luce del mondo". Come si può seguire ed amare un fantasma così?*». L'asterisco rimanda ad una nota a piè di pagina che recita così: « "Un Gesù irriconoscibile", è il giudizio che José Rico Pavés ha dato recentemente ad un volume su Gesù, molto diffuso in Spagna: J. A Pagola, Jesús. Aproximación histórica, PPC, Madrid 2007». Dunque mons. Amato fa propria la critica di don José Rico Pavés all'opera di Pagola. Buon segno. 

Riportiamo la traduzione della Lettera pastorale di mons. Demetrio Fernández, vescovo di Tarazona, lettera che come possiamo ben immaginare gli ha procurato un bel po' di critiche, come pure riportiamo la traduzione dell'intervento di don José Rico Pavés.

 


Il libro di Pagola provocherà dei danni


Lettera Pastorale di Mons. Demetrio Fernández, vescovo di Tarazona, a proposito del libro di J.A. Pagola

 

Mi giungono notizie che il libro di J.A. Pagola (Jesús. Aproximación histórica, PPC, Madrid 2007, 544 pp.) si sta vendendo come le ciambelle. Addirittura pochi giorni fa in una delle mie visite pastorali hanno voluto regalarmelo come il miglior regalo, come avevano suggerito nella "libreria religiosa" di turno.

Nel nostro foglio diocesano, comune a tutta l'Aragona (16.12.2007, p. 7), è stato pubblicizzato e raccomandato come libro di formazione. In molte comunità religiose è il regalo d'obbligo del Natale, per una suora o per la madre superiora, che lo metteranno a disposizione di tutte, come il libro di moda. Non sono mancate addirittura le diocesi nelle quali si è fatta una presentazione quasi ufficiale del libro, seminando confusione in tanti fedeli cattolici. Alcuni sacerdoti della mia diocesi, perplessi, mi hanno chiesto un parere su questo libro.

Se si trattasse di un libro buono, mi rallegrerei della sua diffusione, poiché farebbe conoscere Gesù. Ma dopo aver letto attentamente il suo contenuto, è per me causa di profonda preoccupazione il fatto che questo libro si diffonda tanto, e soprattutto a Natale. Il "Gesù" di Pagola non è il Gesù della fede della Chiesa.

Questo libro, che si legge con piacere per il buon stile letterario dell'autore, seminerà confusione, anche nella mia diocesi, piccola e umile, che vive influenzata come tutte dai fenomeni di massa, tante volte provocati da grandi campagne mediatiche.

Molti dei suoi lettori non avranno elementi di giudizio e confidano nel fatto che i loro pastori li avvisino dei pericoli che possono insidiare la loro fede in Gesù Cristo, nel Gesù che annuncia la Chiesa e che è l'unico salvatore di tutti gli uomini. Mosso da questa inquietudine pastorale, scrivo queste valutazioni che non pretendono di essere esaustive, perciò invito altri, pastori e teologi, ad esaminare con attenzione questo libro che sta avendo tanto successo, e che tanto danno può fare ai nostri fedeli, soprattutto ai più semplici.

É un libro che presenta Gesù svuotato e riempito, secondo la tecnica della demitizzazione promossa da R. Bultmann, e che altri autori, ognuno a modo suo, hanno seguito negli ultimi decenni: E. Schillebeecx, J. Sobrino, etc. Si tratta di applicare acriticamente il metodo storico-critico (di per sé valido, ma che ha i suoi limiti) e di scegliere ciò che è conforme con l'a-priori che ognuno si è formato.

In questo modo possiamo rappresentarci un Gesù a nostra misura e a nostro piacere, secondo la moda del momento, e per giunta farlo con argomenti di critica storica. Ma questo Gesù deve sottomettersi criticamente alla fede della Chiesa. Detto in modo semplice, si presenta un Gesù del quale si scelgono alcuni aspetti, se ne ampliano altri, se ne sopprimono molti, senza alcun riferimento alla fede della Chiesa, che in modo vivo ci ha trasmesso nei secoli il Gesù Cristo autentico, l'unico che può salvare.

C'é un silenzio totale sulla riflessione fatta dalla Chiesa lungo la storia, soprattutto sui sette concili ecumenici realizzati dalla Chiesa indivisa nel primo millennio. È come se la Chiesa avesse adulterato il messaggio, come se dovessimo ricorrere alle fonti più pure per ritrovare il Gesù perduto, e tutto sotto il pretesto della storicità.

Questo mi ricorda il pregiudizio di A. Harnack (1851-1930), storiografo liberal-protestante, maestro di R. Bultmann (1884-1976). Al contrario, l'opera monumentale del cattolico A. Grillmeier (1910-1998), che Giovanni Paolo II ha onorato con la dignità cardinalizia nei suoi ultimi anni, ha dimostrato minuziosamente che la fede dei primi concili (soprattutto, Nicea, Efeso e Calcedonia) è stata un'opera impressionante di disellenizzazione della fede.

Cioé, quando la fede in Gesù Cristo ha rischiato di essere asfissiata dall'ellenismo, che era l'ideologia dell'epoca, la Chiesa a Nicea (325), Efeso (431) e Calcedonia (451) ha restituito purezza alla fede, proclamando le definizioni che recitiamo nel credo.

Le definizioni dei concili, quindi, non sono un restringere la purezza evangelica in formule dogmatiche che ci allontanano dall'autentico Gesù storico, ma è stato grazie a questi concili che è arrivata fino a noi la purezza della dottrina predicata da Gesù, che é arrivata fino a noi l'immagine autentica di Gesù di Nazareth.

La Chiesa di tutti i tempi, anche la Chiesa dei nostri giorni, ha questa preziosa e grave responsabilità: quella di riscattare Gesù dalle ideologie di moda e presentare l'autentico Gesù, il Figlio eterno di Dio fatto uomo, l'Agnello di Dio che ha versato il suo sangue per noi e per tutti gli uomini, per il perdono dei peccati, il Gesù di Nazareth che ci presentano i vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento, colui che la Chiesa ha presentato nei secoli come l'unico salvatore di tutti gli uomini.

Gesù é Dio, sa di essere Dio e parla continuamente di ciò. J.A. Pagola elude questo aspetto fondamentale nella descrizione di Gesù. Al massimo ammette che il titolo "Figlio di Dio" glielo abbiano dato i cristiani posteriori alla prima comunità. Gesù sarebbe il profeta della compassione di Dio. La tentazione ariana, che ha attraversato la storia del cristianesimo riducendo Gesù Cristo a un uomo eccezionale, ma che non é Dio consustanziale al Padre, emerge nel complesso del libro, ma se Gesù non é Dio come suo Padre, non potrà divinizzarci e la salvezza che ci offre si diluisce semplicemente in un buon esempio.

Gesù ha avuto coscienza della sua morte redentrice. Ciò vuol dire che ha vissuto e ha camminato con piena libertà verso il momento supremo dell'offerta della vita in riscatto per tutti gli uomini. La morte non é un incidente di percorso nella storia di Gesù, la morte per Gesù é il momento supremo della glorificazione da parte del Padre, perché lui offre la sua vita per il perdono dei peccati. Per J.A. Pagola, Gesú é un terapeuta che accoglie l'uomo peccatore. Non esiste perdono-assoluzione, ma perdono-accoglienza; il fatto è che l'autore ha svuotato di contenuto il senso del peccato, come offesa a Dio che Gesù ripara con l'offerta sacrificale della sua vita.

Rimando a studi più dettagliati che hanno iniziato ad uscire in seguito alla pubblicazione di questo libro di J.A. Pagola.

Nel sito della diocesi di Tarazona sono presenti alcune recensioni del libro (J. Rico, J.A. Sayés, J.M. Iraburu, L. Argüello). Ci troviamo di fronte a una presentazione di Gesù che provocherà dei danni, soprattutto a chi non ha elementi di giudizio per leggerla criticamente. É compito dei pastori mettere in guardia su questa presentazione di Gesù, che non si attiene alla fede della Chiesa. Che la luce del Verbo Incarnato dissipi ogni tipo di tenebre, soprattutto quelle che possono stendersi sulla figura di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo.

 

+ Demetrio Fernández, vescovo di Tarazona, Natale 2007

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vescovo_tarazona.jpgMONS. DEMETRIO FERNÁNDEZ, vescovo di Tarazona dal 9 gennaio 2005, é dottore in teologia dogmatica ed é stato professore di Cristologia e Soteriologia nell'Istituto Teologico "San Ildefonso" di Toledo per 27 anni, prima di essere promosso all'episcopato.  

 


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UN GESÚ IRRICONOSCIBILE

Riflessioni a proposito del libro di J. A. Pagola, Jesús. Aproximación histórica (PPC, Madrid 2007)

 

di don JOSÉ RICO PAVÉS

Direttore del Segretariato
Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede (CEE)

 

La ben riuscita propaganda dell'Editoriale PPC (del Grupo Editorial SM), presenta l'ultimo libro di J. A. Pagola su Gesù di Nazareth come «una narrazione viva e appassionante» della sua azione e del suo messaggio «che, partendo dallo stato attuale dell'investigazione, lo situa nel suo contesto sociale, economico, politico e religioso a partire dai dati più recenti».

È innegabile che il libro possieda numerosi aspetti attraenti, come la motivazione di fondo, la chiarezza narrativa, il modo "attuale" di designare Gesù o l'abbondantissima bibliografia utilizzata. La lettura attenta di questo libro presenta, tuttavia, numerosi punti obbiettabili.

Revisione dell'insegnamento su Gesù

Mediante l'utilizzo dell'"investigazione storica", l'autore traccia un programma integrale di revisione dell'insegnamento della Chiesa su Gesù. Una volta che a livello metodologico si è accettata (ma non giustificata) la rottura tra la fede e la storia, si propone subdolamente una revisione integrale della fede a partire da una storia suppostamente meglio fondata. Il risultato é un "Gesù" non identificabile con "Cristo", cioè, un Gesù che già non può essere riconosciuto né nella fede, né nella celebrazione, né nella vita della Chiesa.

La questione decisiva di tutto il libro è la risposta che l'autore dà alla domanda formulata all'inizio: Chi é Gesù? A partire da ciò che l'autore chiama "investigazione storica", la risposta che Pagola dà é chiara: Gesù é il profeta che proclama con passione la venuta del regno di Dio» (p. 80); «il profeta del regno di Dio» (p. 155), «il profeta della compassione di Dio» (p. 333), «profeta ammirabile che [i discepoli] hanno conosciuto in Galilea» (p. 450). Per l'autore, il Gesù «che sta all'origine della sua fede», quello che realmente ha vissuto nella storia, è, prima di tutto, un profeta. I capitoli 3º ("Cercatore di Dio") e 11º ("Credente fedele") sono molto chiari. Certamente l'autore inizia il suo libro affermando che «Gesù é l'incarnazione di Dio», l'«uomo nel quale Dio si é incarnato» (p. 7). Queste affermazioni appaiono anche nell'esporre ciò che i discepoli dicono su Gesù una volta resuscitato. Per Marco, Gesù é "la Buona Notizia di Dio, Messia e Figlio di Dio» (p. 436). Per Matteo, Gesù é «il vero "Messia"», l'"Emmanuele" (Dio con noi) (p. 437). Per Luca, Gesù è il "Salvatore", il "Messia", il "Signore" (p. 438). Per Giovanni, «Gesù non é solo il gran Profeta di Dio. È la "Parola di Dio fatta carne", fatta vita umana; Gesù é «Dio che ci parla a partire dalla vita concreta di questo uomo»; «il gran regalo che Dio ha fatto al mondo perché tutti abbiano in lui la salvezza» (p. 439). La gran difficoltà che presenta l'approccio di Pagola si trova nella rottura indicata tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. La visione storica presenta Gesù come l'uomo «alla ricerca di Dio», non come Dio che va alla ricerca dell'uomo; come «il credente» la cui esperienza di fede offre aspetti nuovi di Dio e non come Colui che essendo uno con il Padre chiede che si creda in Lui. Che Gesù sia Figlio di Dio é una considerazione «di carattere confessionale» (p. 303). La risposta alla domanda "Chi è Gesù?" «può essere solo personale» (p. 463). L'"approccio storico" dell'autore dà più importanza all'opinione che alla verità rivelata (cf. Mt 16, 13-16), perché per lui, in definitiva, la prima é storicamente più probabile della seconda. Presentato Gesù principalmente come un profeta, non sorprende il silenzio sulla sua concezione verginale, l'affermazione sui "fratelli" di Gesù in senso proprio e reale, la negazione della sua coscienza filiale e messianica, la spiegazione meramente naturale delle guarigioni e degli esorcismi, o lo svuotamento del linguaggio salvifico.

In secondo luogo appare con la stessa chiarezza quello che è stato per l'autore l'impegno fondamentale di Gesù: «risvegliare la fede nella vicinanza di Dio lottando contro la sofferenza» (p. 175). L'aspetto principale di Dio mostrato da Gesù é stata la compassione. Il regno di Dio s'identifica con «la sconfitta del male, con l'irruzione della misericordia di Dio, con l'eliminazione della sofferenza, con l'accoglienza degli esclusi nella convivenza, con l'instaurazione di una società liberata da ogni afflizione» (p. 175). La morte di Gesù non é stata redentrice. Non si utilizza il linguaggio della redenzione. Questo linguaggio sarebbe posteriore e non risponderebbe a quanto avvenuto storicamente. Per questo, benché si parli ampiamente di compassione, questa non è altro che un nobile sentimento (certamente nobilissimo) che si ha verso i più sofferenti, ma non é, in senso stretto, un soffrire con loro e per loro, in loro favore e al loro posto. Allora, la compassione cristiana si svuota del suo contenuto originario. La conseguenza alla quale porta l'insegnamento di Pagola é drammaticamente chiara: le ferite di Cristo non ci hanno curato (cf. Is 53, 5); la sua compassione non ci ha liberato veramente dalla sofferenza né dal peccato; non ha fondamento in Gesù la possibilità di unire la propria sofferenza alla sua.

In terzo luogo é molto significativo il silenzio dell'autore sulla realtà del peccato. La ragione si trova nella contrapposizione stabilita tra Giovanni Battista e Gesù: la missione del primo «é pensata ed organizzata in funzione del peccato... Al contrario, la prima preoccupazione di Gesù é la sofferenza dei più poveri» (p. 174). Ciò spiega il fatto che per l'autore Satana sia un simbolo del male (p. 98), «la personificazione di questo mondo ostile che lavora contro Dio e contro l'uomo» (p. 98). Per Pagola parlare di "Satana" é una forma mitica per simbolizzare ogni forma di male. Da ciò si deduce anche il modo in cui l'autore intende il perdono. «A questi peccatori che si siedono alla sua mensa, Gesù offre il perdono avvolto nell'accoglienza amichevole. Non c'è nessuna dichiarazione; non li assolve dai loro peccati; semplicemente li accoglie come amici» (p. 205). La conversione è irrilevante (perché "il perdono é gratuito") e le "dichiarazioni" di perdono dei peccati da parte di Gesù non si considerano auténtiche, perché in queste formule Dio appare come un "giudice"» (p. 206), e non é questo ciò che Gesù rivela con il suo "perdono-accoglienza". Gesù avrebbe praticato un "perdono-accoglienza", ma non un "perdono-assoluzione". Quando il peccato smette di essere visto come rifiuto dell'amore di Dio - così come succede all'autore -, non si percepisce neppure il significato del perdono e si considera compatibile l'accoglienza di Gesù (offerta gratuita del suo amore) con l'essere e il continuare ad essere peccatore (rifiuto effettivo del suo amore). Per quanto si parli di accoglienza, alla fine l'autore si avvicina più ad una "accoglienza imposta", che rende irrilevante la risposta libera dell'uomo.

In quarto luogo c'é una tendenza chiara a presentare il contesto di Gesù in conflitto dialettico (lotta di classe), per sottolineare meglio la dimensione sociale della sua attività. Per Pagola la povertà di cui parlano le beatitudini non é una categoria morale, né un'attitudine personale, ma, in senso stretto, una categoria sociale: la povertà la soffre chi soffre ingiustizie nell'ordine sociale. «Al proclamare le beatitudini, Gesù non dice che i poveri sono buoni o virtuosi, ma che stanno soffrendo ingiustamente» (p. 103). «Quando Gesù parla dei "poveri" si riferisce a quelli che non hanno niente: gente che vive al limite, quelli privi di tutto, quelli che stanno all'estremo opposto alle elite potenti» (p. 181). Il problema non sta nel segnalare con vigore l'ingiustizia soggiacente alla povertà materiale, ma nel rinchiudere il messaggio delle beatitudini in un orizzonte esclusivamente terreno.

In quinto luogo anche le affermazioni sul gruppo dei discepoli di Gesù sono sorprendenti. Non fu sua intenzione creare un gruppo organizzato e gerarchico, ma volle dare inizio a un movimento di uomini e donne usciti dal popolo e uniti a lui, «perché aiutassero gli altri a prendere coscienza della vicinanza salvatrice di Dio» (p. 269). In questo movimento non ci sono intermediari, né differenze gerarchiche tra uomini e donne. «Gesù non poté né volle dare inizio ad un'istituzione forte e ben organizzata, ma a un movimento risanante che trasformasse il mondo con un atteggiamento di servizio e amore» (p. 292). In questa stessa linea non sorprende che l'ultima cena si presenti come una solenne cena di addio, con gesti simbolici la cui finalità é che i suoi discepoli lo ricordino nel futuro.

In sesto luogo contraddice frontalmente l'insegnamento della Chiesa negare il carattere "storico" della resurrezione. Benché Pagola ammetta che è un fatto "reale", per lui non ha lasciato le sue tracce nella storia, ma nel cuore dei discepoli. L'autore nega espressamente la continuità tra il corpo crocefisso e morto, e quello risorto (cf. p. 433). Benché affermi che la resurrezione é qualcosa che avviene a Gesù, si nega il riferimento al suo corpo reale e si spiega come la convinzione dei discepoli che "Dio lo ha riempito di vita", senza che si spieghi ciò che vuol dire con questo.

Dissenso sottile e dannoso

Pagola inizia il suo libro indicando che scrive a partire dalla Chiesa cattolica. Tuttavia, considerando le osservazioni indicate, si può dire che l'autore si muova in un dissenso più sottile: sfugge il confronto formale con l'insegnamento della Chiesa, ma distrugge i fondamenti biblici e storici di questo insegnamento. L'autore sa ricorrere ad espressioni che evocano proposte fondamentali della dottrina cattolica per suggerire subdolamente che non hanno fondamento storico in Gesù. Como esempio si possono citare: l'opposizione tra il messaggio di Gesù, la morale e la religione; tra "perdono-assoluzione" e "perdono-accoglienza"; tra compassione e santità; tra il Battista (preoccupato del peccato) e Gesù (preoccupato della sofferenza); la presentazione delle guarigioni e degli esorcismi come esercizio di terapia ("sentirsi bene") senza riferimento a un intervento di tipo sopranaturale; la banalizzazione del perdono ogni volta che la libera decisione dell'uomo é irrilevante; la descrizione della comunità di Gesù come una «comunità senza dominio maschile e senza gerarchie stabilite dall'uomo» (p. 225); l'affermazione secondo la quale Gesù non volle dare inizio a un'istituzione, ma a un movimento; la negazione della coscienza che Gesù aveva della sua identità e della sua missione; l'ultima cena intesa come mera cena di addio; la mancanza di significato redentore ed espiatorio della morte di Gesù, etc.

Questo modo di procedere é molto più dannoso del dissenso aperto, poiché non si tratta della negazione di questo o quell'aspetto, ma della delegittimazione totale dell'insegnamento della Chiesa al mancare - secondo l'autore - il fondamento in Gesù e nella storia. Pagola non nega quest'insegnamento ma lo mostra, di fatto, infondato. Questa investigazione é espressione del suo lavoro per ottenere la «conversione della Chiesa a Gesù» (p. 468).

Al libro di José Antonio Pagola ben si addicono le parole che usa sant'Ireneo di Lione parlando di coloro che con belle parole seminano l'errore: «dicono cose simili alle nostre, ma pensano in modo differente» (Adv. Haer. I, Praef. 2: SCh 264, 22).

 

Nella web http://www.diocesistarazona.com/ si possono leggere inoltre varie analisi del libro di J.A. Pagola: due articoli di José Rico Pavés (professore di Cristologia), uno di José Antonio Sayés (professore di Cristologia), uno di José María Iraburu (professore di Teologia Spirituale) e uno di Luis Argüello (vicario episcopale di Valladolid).

 

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mons. José Antonio Pagola

Sacerdote, licenziato in teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma (1962), licenziato in Sacra Scrittura all'Istituto Biblico di Roma (1965), diplomato in Scienze Bibliche all'École Biblique di Gerusalemme (1966). Professore nel Seminario di San Sebastián e nella Facoltà teologica del Nord della Spagna (sede di Vittoria). Ha ricoperto l'incarico di rettore del seminario diocesano di San Sebastián e di Vicario generale della medesima Diocesi.

 

[traduzione a cura della nostra redazione]

 

Leggi il testo originale in spagnolo dalla Lettera pastorale di mons. Demetrio Fernández

 

Leggi il testo originale in spagnolo dell'intervento di don José Rico Pavés

Fonte: http://www.diocesistarazona.org/