La lotta ingaggiata dall'Irlanda per l'autonomia e l'indipendenza può essere annoverata fra le più belle e tragiche pagine della storia della libertà.
In questo documentatissimo testo l'Autore traccia le origini del nazionalismo irlandese, dall'età classica a quella medievale fino alla conquista inglese e all'intensificarsi dell'odioso dominio britannico, mettendo in evidenza l'importanza che la diffusione del Cristianesimo ha avuto sulla lotta del popolo irlandese per la conquista dell'indipendenza.
Le gloriose pagine scritte dai numerosi martiri per la libertà immolatisi nel corso dei secoli, e le conquiste a durissimo prezzo da essi effettivamente conseguite, hanno rappresentato, pur tra enormi difficoltà, lo sprone più valido per la continuazione della lotta.
M. Martelli, La lotta irlandese. - Una storia di libertà, Il Cerchio - 2006, Pagine: 263, € 20,00
PREFAZIONE
di Franco Cardini
«Oh, il Signore di tutto aliti l'alito della libertà...». È l'ultimo verso di Weeping winds, una delle più belle e intense poesie della raccolta Prison Poems di Bobby Sands, il martire della libertà irlandese morto ventisettenne nell'ospedale della prigione di Long Kesh, al suo sessantaseiesimo giorno di sciopero della fame il 5 maggio del 1981, dopo aver passato in carcere gli ultimi nove anni della sua breve vita. Parlo di martire e so quel che dico: usare il termine "martirio" non dev'essere considerato convenzionale retorica. Al contrario: scelgo questo termine in modo molto rigoroso, ben sapendo che, come insegna Santa Romana Chiesa, «non poena, sed causa, facit martyrem». Bobby Sands non è un martire perché ha sofferto, ma per la causa che l'ha portato alla morte volontaria. Una causa sacrosanta: la libertà di un grande popolo secolarmente offeso nei suoi diritti e nella sua identità - anche etnica, linguistica e religiosa - da un'oppressione tanto più odiosa in quanto usa a rivendicare a se stessa, alla sua cultura e alla sua tradizione il livello più alto e il grado più eccellente di libertà all'interno del consorzio umano e dei sistemi politici che lo hanno caratterizzato e lo caratterizzano.
Bobby Sands è morto recando il suo contributo al perfezionamento della lotta irlandese per la libertà: una lotta che già aveva conseguito fin dagli Anni Trenta del secolo scorso, a prezzo di inenarrabili sacrifici e pagando un durissimo prezzo in termini di sangue e di sofferenze, successi com la fondazione della Repubblica dell'Eire, mentre l'Ulster restava sotto il tallone britannico. Una storia lunga, tortuosa, difficile, questa dello Stato Libero d'Irlanda e del completo affrancamento degli irlandesi.
Come dicevo, quel che più scandalizza chi ripensi alla plurisecolare storia dell'Irlanda e dei suoi rapporti con la sua prepotente vicina - e soprattutto al drammatico secolo che va dall'emancipazione formale dei cattolici del 1829 all'accordo anglo-irlandese del 1921 che consentiva la costituzione dello Stato libero d'Irlanda - è che la prepotenza e la ferocia della repressione inglese abbia potuto scatenarsi, nella generale indifferenza quasi costante dei governi e delle opinioni pubbliche dell'Europa e del mondo, mentre d'altro canto politici e intellettuali inglesi impartivano al mondo stesso sussiegose lezioni di libertà e di democrazia. Del resto, l'Inghilterra ci era abituata; durante le guerre indiane e fino alla liberazione dell'India aveva potuto combattere per lunghi decenni una delle guerre coloniali più feroci e repressive che la storia ricordi, e al tempo stesso non aveva mai cessato di proclamar se stessa modello civile: trovando sempre chi, chiudendo gli occhi nei confronti degli esempi appunto irlandese e indiano, le dava ragione.
Le vicende irlandesi sono rimaste, nel nostro paese, a lungo ignorate o quasi. E sono vicende di lunga, costante lotta per l'identità e la libertà. Certo nessun paese e nessun popolo dimostra forse meglio dell'Irlanda e degli irlandesi quanto sia nel vero chi sostiene che il concetto d'identità non si possa intendere se non nella piena comprensione delle dinamiche storiche entro le quali esso si muove. Il primo brevissimo paragrafo del primo capitolo di questo libro, partendo dall'ondata migratoria dei Gaeli e passando quindi alla loro non facile acculturazione con il mondo romano e quindi alla cristianizzazione dei celtoibernici insulari, parlando di «una singolare e riuscitissima fusione» tra nuova fede cristiana e preesistente mondo gaelico, è forse un po' troppo sbrigativamente ottimista. Del resto siamo sempre inclini a passar sopra alle vicende della primitiva cristianizzazione, quella grazie alla quale l'impero romano e quindi l'Europa occidentale fu guadagnata alla nuova fede durante il primo millennio di Cristo: e che fu caratterizzata da una drammatica sequenza di orrori e di violenze.
Certo è comunque che il cristianesimo si radicò profondamente nell'Isola Verde, accompagnato tuttavia da un forte e persistente atteggiamento libertario che non consentì unità d'azione tra i vari gruppi ibernici e i "re" che governavano ciascuno di essi; ciò spiega le successive ondate "danesi" e, soprattutto, l'accettazione della sovranità inglese. Ma spiega altresì come la riforma protestante e l'allontanamento dalla Chiesa romana della compagine inglese sia stato il segnale dell'impossibilità di sopportare oltre il giogo dell'invasore.
E qui comincia il lungo, orribile capitolo del martirologio irlandese: il capitolo d'una sistematica, feroce persecuzione al tempo stesso etnica, linguistica e sopratutto religiosa, accompagnata dal trapianto forzoso di coloni inglesi e scozzesi nell'Ulster e soprattutto da una vera e propria pratica dei massacri di massa e delle sistematiche spoliazioni. È solo la crassa ignoranza della storia che impedisce a tutt'oggi ai cattolici di pretendere che al ludibrio della memoria sia additato, come uno dei più fanatici e sanguinari tiranni che si siano mai affacciati alla ribalta mondiale, quell'Oliver Cromwell che fa invece di solito bella mostra di sé nella galleria degli antenati di coloro che si vantano di seguire la "Religione della Libertà". Le successive tappe della tragedia gaelica furono la "rivolta di Wexford" del 1798, l'Union Act del 1800 che pretese di ridurre l'Irlanda alla condizione giuridico-istituzionale alla quale la Scozia era stata ridotta nel 1707, la fallita emancipazione dei cattolici del 1829, la carestia del 1845-1849 e il radicarsi successivo della lotta, negli anni in cui sulla stampa inglese comparivano auspici secondo i quali ben presto un celta irlandese sarebbe stato più raro di un pellerossa nel New England (il che la dice lunga sui pretesi "non sapevamo, non credevamo" dietro i quali ancor oggi si cerca di occultare alcuni genocidi, magari sbattendo continuamente in prima pagina i mostri autori di altri).
Certo, anche la violenza stanca. Le elezioni del 1868 e la vittoria del Gladstone segnarono l'avvìo di un'era diversa, per quanto violenze e repressione continuassero: intanto, il movimento autonomista irlandese si affermava e faceva progressi. In questo senso appare centrale appunto, nel libro di Manfredi Martelli, il capitolo IV, consacrato a La Grande Guerra e la radicalizzazione dell'irredentismo irlandese. La tragedia europea del 1914-18 fu per l'Irlanda, come per altri paesi del continente, una sorta di drammatica "cartina di tornasole" delle contraddizioni interne: l'appoggio del Kaiser alla causa irredentista e l'insurrezione di Dublino nella Pasqua del 1916 avrebbero potuto condurre a una "rivoluzione verde d'ottobre". Ma Sir Roger Casement non fu il Lenin irlandese. Al termine della Grande Guerra, con le elezioni del 1918, il successo del Sinn Féinmaal tempo stesso il fallimento del tentativo di far sentire la voce irlandese durante la Conferenza di Pace condussero fatalmente a un altro drammatico momento: la comparsa sulla scena, nel 1920, dei famigerati Black and Tans e il loro scontro con i terroristi "verdi". Quest'ultimo bagno di sangue aprì di nuovo - ancora una volta, la stanchezza della violenza... - la porta alle trattative e ne uscì la costituzione dello Stato Libero d'Irlanda, che avrebbe tuttavia comportato il conflitto tra moderati ed estremisti all'interno del fronte repubblicano. Merito di questo libro è, a questo punto, l'aver ricostruito le vicende dell'IRA e quelle dell'Irlanda degli Anni Venti e Trenta - compresi i complessi rapporti con l'Italia e le vicende del movimento "fascista" irlandese, a proposito del quale si può certo discutere se si trattò sul serio di un movimento fascista, ma che certo fu molto meno "folkloristico" e la storia del quale è molto più interessante di quanto di solito i pochi che ne conoscono almeno l'esistenza non siano soliti affermare - con un'attenzione e un'onestà che ci consentono finalmente di mettere insieme a proposito della storia contemporanea dell'isola un certo buon numero di idee chiare. Soprattutto appare evidente da queste pagine che il compromesso con l'Ulster non si è mai fondato su solide e coerenti basi, né può continuare a presentarsi come sostenibile.
È forse saggio da parte di Manfredi Martelli, e comunque è comprensibile, che la sua storia si fermi alla seconda guerra mondiale, all'immediato dopoguerra e al declino del "sovrano repubblicano" DeValera. Certo, si resta con la voglia di saperne di più su una storia che continua e che continua ad esser affascinante e sanguinosa, una storia che ha fra l'altro ispirato, ricordiamolo, molti tra i più bei films che si siano visti negli ultimi due decenni. Questo se non altro avrebbe dovuto (dovrebbe) essere un motivo per cui l'opinione pubblica europea, specie giovanile, avrebbe dovuto esigere di saper qualcosa di più sugli eventi della bellissima e sventurata IsolaVerde. Eppure quel "cielo d'Irlanda" cantato da una canzone che ha anche riscosso un certo successo continua a sembrar lontano dai nostri orizzonti. Che si continui, nonostante tutto, a stendere le poche e rapsodiche notizie che al riguardo ci arrivano sul letto di Procuste della lotta tra "democrazia e terrorismo", riducendo appunto a quest'ultima, semplicistica e per molti versi calunniosa spiegazione il proseguimento della lotta irlandese per l'unità e la libertà. Coi tempi che corrono, mentre nelle "grandi democrazie" che qualcuno vorrebbe perfino proporre come merce d'esportazione gli orizzonti di libertà si contraggono sempre di più, nel nome della "sicurezza" e della war against Terror, non ci sarebbe da meravigliarsene.