Padre Giovanni Brevi, 1° Cappellano Militare Capo della Guardia di Finanza. Fu protagonista della resistenza, a tutt'oggi sin troppo trascurata, che non pochi militari, caduti prigionieri dell'Armata Rossa dopo la metà di dicembre del 1942, attuarono di fronte ai tentativi di indottrinamento messi in opera dai propagandisti politici, e così facendo indussero la maggior parte dei prigionieri a restare fedeli al giuramento prestato alle istituzioni patrie. Una figura che i giovani Quadri dovrebbero conoscere e tenere sempre presente come esempio di coerenza e di fermezza dimostrate nella situazione più penosa in cui un militare possa venirsi a trovare: la prigionia.
1. Premessa
Quella di Padre Giovanni Brevi, 1° Cappellano Militare Capo della Guardia di Finanza, è una figura che i giovani Quadri dovrebbero conoscere e tenere sempre presente come esempio di coerenza e di fermezza dimostrate nella situazione più penosa in cui un militare possa venirsi a trovare: la prigionia. Egli, infatti, proprio durante il periodo di cattività nei lager sovietici, dal 1942 al 1954, espresse in grado eroico i doveri deontologici e morali non soltanto del cappellano militare ma anche della professione militare in senso lato. Egli fu protagonista - assieme a tanti altri, ma forse più di ogni altro - della resistenza, a tutt'oggi sin troppo trascurata, che non pochi militari, caduti prigionieri dell'Armata Rossa dopo la metà di dicembre del 1942, attuarono di fronte ai tentativi di indottrinamento messi in opera dai propagandisti politici, e così facendo indussero la maggior parte dei prigionieri a restare fedeli al giuramento prestato alle istituzioni patrie.
2. Dalla giovinezza alla cattura
Ma andiamo con ordine. Giovanni Pietro Brevi nacque a Bagnatica il 24 giugno 1908, da Pasquale e da Albina Sala, umili contadini bergamaschi. Seguì giovanissimo la famiglia trasferitasi a Gazzaniga, e successivamente a Ronco Biellese in Piemonte; entrò nel Seminario del Sacro Cuore di Albino, passando poi in quello di Albisola Superiore. La sua prima professione di fede avvenne il 24 settembre 1928 a Bologna, dove era andato a risiedere presso lo Studentato delle Missioni, e dove dal 1927 studiava presso il Pontificio Seminario Regionale di Bologna. Conseguì nel 1930 la Maturità Classica presso il Liceo San Domenico della città, e nel 1934 la laurea in Teologia. Fu ordinato Sacerdote nella Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (C.S.J.), sempre nel capoluogo emiliano, il 12 luglio 1934, imponendosi il nome di "padre Davide". L'anno successivo partì per il Camerun francese, incaricato di gestire un lebbrosario: lì rimase sino al 1940, acquisendo un'esperienza straordinaria nell'opera fattiva al servizio agli altri, in condizioni critiche, e maturando conseguentemente una forza d'animo interiore e una capacità di affrontare le avversità e di resistervi - lui così magro e alto solamente m 1,55 - che gli sarebbe stata preziosa durante la prigionia in Russia. Nel frattempo, in applicazione delle recentissime norme concordatarie, aveva ottenuto l'esenzione dalla prestazione del servizio militare quale religioso vincolato ai voti, ed era stato iscritto nel ruolo della forza in congedo "non assegnati" del D.M. di Bologna, e successivamente in quella di Sanità del D.M. di Bergamo.
Dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia alla Francia fu internato in un campo di concentramento per civili, e poi rispedito in patria dopo la capitolazione di Parigi. Nel gennaio 1941 fu assunto in temporaneo servizio "per esigenze di carattere eccezionale" in qualità di cappellano militare di mobilitazione, assimilato al grado di tenente, e assegnato al IX Battaglione complementi del 9° Reggimento Alpini, che aveva il Deposito di stanza a Gorizia. Alla fine del mese il Battaglione partì da Foggia raggiungendo l'Albania in aereo, e così dal 30 gennaio P. Brevi si trovò in zona di guerra. È appena il caso di precisare, in questo contributo, che l'opera di assistenza spirituale dei cappellani militari si dispiegò capillarmente su tutti i fronti in cui furono impegnate le truppe italiane, e persino nei campi di prigionia: a testimonianza del loro sacrificio in favore degli uomini in armi, e di un coinvolgimento tutt'altro che "di facciata", basti ricordare il numero di 183 cappellani militari morti nel periodo 1940-45.
In maggio don Brevi fu trasferito al Battaglione Val Cismon del 7° Reggimento. Nel frattempo era stato protagonista di un atto di valore, che gli sarebbe stato riconosciuto l'anno seguente con una Croce al Valore Militare: a Mali Scindeli (Fronte greco), nei giorni fra il 3 e l'11 aprile, nel corso di un intenso bombardamento egli si era portato in una zona fortemente battuta per dare il conforto della fede ai feriti non trasportabili, e si era spinto oltre le linee italiane, pur sotto il tiro di armi automatiche nemiche, per recuperare personalmente alcune salme, consentendone in tal modo la sepoltura. Alla fine dell'anno ebbe una licenza straordinaria: 30 giorni più il viaggio in treno, con partenza da Giannina. Giunto a Fiume, di lì raggiunse il Deposito reggimentale a Gorizia, e ivi attese il Val Cismon avvicendato dalla Grecia.
Il 15 agosto 1942 il Val Cismon partì con l'ARMIR per la Russia: P. Brevi era nuovamente coi suoi alpini, e mai, partendo, avrebbe immaginato che avrebbe rivisto l'Italia soltanto dopo undici anni e mezzo. I rovesci di quella guerra sono ben noti: dal dicembre 1942 i russi, valendosi anche dei carri T34 e delle katiuscie, attuarono un'imponente offensiva, denominata Piccolo Saturno, nel settore tenuto dalle Divisioni italiane Cosseria, Ravenna, Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca. Dopo alcune giornate di combattimenti durissimi, anche le Grandi Unità italiane dovettero iniziare la ritirata, abbandonando la linea del Don, che sarebbe stata tenuta ancora per poco dalle truppe alpine.
Più a nord era schierato infatti il Corpo d'Armata Alpino, comprendente la Tridentina, la Julia e la Cuneense, e ai lati di esso erano disposte, sul fronte del Don, la 2ª Armata Ungherese (a nord) e il XXIV Corpo d'armata tedesco (a sud). In gennaio i sovietici attuarono un'altra offensiva, mirata a penetrare proprio oltre le linee del Corpo d'Armata Alpino: vista l'impossibilità di sfondare il fronte in corrispondenza del settore italiano (la Julia per oltre un mese aveva sostenuto miracolosamente il tentativo di sfondamento di tre divisioni nemiche), i russi pensarono bene di accerchiare le nostre penne nere con una manovra avvolgente sui fianchi. Dopo essere penetrati nel settore ungherese (dove la 2ª Armata ripiegò senza avvertire gli italiani) e in quello tedesco, i sovietici poterono aggirare la Julia, accerchiando in tal modo il Corpo d'Armata Alpino, e puntare dritti su Rossosch, sede del Comando italiano.
Nella notte fra il 16 e il 17 gennaio, anche per gli alpini arrivò l'ordine di ritirarsi: il Val Cismon, al comando del capitano Valenti, costituiva la retroguardia della Julia. Il 18 gli alpini giunsero a Ternowka; il 19 erano a Popowka, località di concentramento dell'8° e del 9° Alpini, della Cuneense e di truppe tedesche, in attesa di muovere verso Postojalyi. Nella notte fra il 19 e il 20 il Battaglione ricevette l'ordine di ritirarsi da Nikolajewka. Il ripiegamento avvenne nella steppa, alla temperatura di 30° sotto lo zero, nel mezzo di tempeste di neve, senza viveri e munizioni, con le unità russe che avanzavano implacabilmente e i tranelli della guerriglia partigiana. Il 9° fu impegnato per l'intero giorno 20 nella battaglia di Kopanki, a 7 km da Popowka. Don Brevi si dava da fare per confessare, dare le estreme unzioni, curare alla meglio i feriti. Questi ultimi, con una sofferta decisione, vennero poi abbandonati in paese con un medico, mentre ai cappellani fu vietato di restare con loro, nella consapevolezza del trattamento che avrebbero poi ricevuto dai russi.
Tratti in inganno da un messaggio radio che suggeriva di dirigersi a ovest, e che probabilmente era frutto di un'interferenza provocata dai russi, gli alpini del 9° giunsero il 21 al kolkoz Stalino. In un primo momento si sistemarono a quadrilatero, poi si ritirarono in tre grandi capannoni, dove poco dopo furono presi di mira dai carri sovietici, contro i quali i moschetti in dotazione potevano ben poco. Giunse così, anche nel capannone occupato dal Val Cismon, l'ordine di resa dal comando di Reggimento, ricevuto e trasmesso agli uomini dal capitano Valenti ormai morente.
Tratti prigionieri, dopo una serie di esecuzioni sommarie gli alpini sopravvissuti furono rapidamente allontanati dalla linea del fronte (per evitare che potessero in qualche modo fuggire e rientrare nei reparti) e avviati a piedi verso le stazioni ferroviarie dell'interno. Le marce costituirono com'è noto la prima, in ordine di tempo, delle cause di mortalità fra i prigionieri italiani, già stremati dalla fatica e dal freddo, molti feriti o con un principio di congelamento. Rimarranno per sempre nelle orecchie degli scampati le grida davai bistrà (avanti presto) con cui i russi incalzavano i prigionieri purché non rallentassero il ritmo della marcia.