Il pontificato di Pio IX fu un calvario senza pari, che solo un'intrepida fede, un'eroica speranza, una straordinaria fortezza d'animo potevano sopportare.
Un opuscolo che raccoglie scritti dei Cardinali Parente, Staffa e Palazzini, porta il titolo: «Il Papa della Croce: Pio IX» (Brescia 1971). E veramente la sua vita, specialmente nel periodo del suo pontificato, fu tutta un calvario. La Provvidenza l'aveva preparato a salirvi. Chi può dire la profonda pena interiore sofferta dal giovane Gian Maria negli anni oscuri in cui si vide interrotta l'avanzata negli studi che dovevano condurlo al sacerdozio, ottenebrando per diversi anni l'orizzonte del suo futuro? Non fu certo una delizia il viaggio nel Cile intrapreso nella speranza di poter divenire missionario come S. Francesco Saverio. Un viaggio nel quale per almeno tre volte si trovò dinanzi alla morte durante le tempeste della traversata dell'oceano e nel valico delle Ande. Lo zelo che indusse il giovane sacerdote G.M. Mastai ad affrontare con un coraggio sprezzante d'ogni difficoltà l'ardua intrapresa, richiama alla mente i «pericoli» enumerati da S. Paolo.
Vescovo di Spoleto ebbe molto da soffrire per le vicende politiche e la situazione dei suoi fedeli divisi tra rivoluzionari e aderenti al governo pontificio. Anche ad Imola, quando le croci non gli venivano dall'esterno se le prendeva generosamente sulle spalle immergendosi in un lavoro pastorale intensissimo che non conobbe soste.
Ma la croce più pesante la portò eroicamente da Sommo Pontefice. Possiamo dire che ogni anno del suo pontificato segna un gradino in salita di sofferenza interiore fino al giorno della morte.
I momenti del suo calvario furono principalmente due: il progressivo smantellamento e la perdita della sovranità temporale. La perdita del potere temporale non si può paragonare alla caduta dal trono di un re detronizzato, per il quale la ferita tocca l'orgoglio del potere, l'umiliazione umana, la fine dei privilegi regali della ricchezza, del benessere economico, come sempre avviene per i regni politici: una caduta che colpisce e ferisce anzitutto l'orgoglio del regnante e della sua famiglia.
Per un Papa, e per Pio IX in particolare, la progressiva riduzione e la perdita totale della sovranità temporale non significava soltanto una specie d'infedeltà al giuramento prestato quando venne eletto Sommo Pontefice; significava soprattutto la fine della libertà e dell'indipendenza dell'azione pastorale della Chiesa, la privazione d'uno spazio in cui poter muoversi per l'esercizio del suo ministero universale. Questo gli straziava l'anima e poneva un grave interrogativo sull'avvenire della Chiesa. Quando si giudica Pio IX a distanza di oltre cent'anni dalla sua morte, si fa presto ad accusarlo di miopia politica, di reazione inconsulta, di mancata lungimiranza. Si fa presto ad accusare la Chiesa, e Pio IX in particolare, di visuale costantiniana, di temporalismo antievangelico. Fatto Sommo Pontefice aveva ricevuto un'eredità ultramillenaria, disposta dalla Provvidenza per la libertà dell'evangelizzazione del mondo. Perché non pensare che tale fatto non fosse voluto da Dio proprio per le finalità spirituali della Chiesa? Chi poteva garantire, umanamente parlando, che senza il potere temporale il prestigio della Chiesa si sarebbe cambiato in un accresciuto prestigio e addirittura in un'accresciuta libertà di evangelizzazione come oggi costatiamo? Senza la forte resistenza di Pio IX avrebbe oggi il Papa la libertà che gode, data da quel lembo di territorio che è il Vaticano? E' qui dove certi storici fanno del facile anacronismo. Il pericolo di non poter più provvedere liberamente al governo spirituale della Chiesa universale, di non poter più provvedere alla salvezza delle anime, scopo unico di tutte le intraprese del suo ardente zelo, gli straziava l'anima e gli trafiggeva il cuore. Tutti i suoi successori, anche quelli che continuarono a dichiararsi prigionieri dello Stato italiano, si trovarono dinanzi al fatto compiuto senza coinvolgimento personale nella vicenda. Per Pio IX le continue minacce, la inesorabile, progressiva spoliazione del principio temporale, fu un autentico martirio interiore. Era qualcosa che segnava la fine d'una situazione provvidenziale che avrebbe potuto riportare il Papa ai tempi della schiavitù avignonese. Per la prima volta dall'uscita dalle catacombe la Chiesa, veniva colpita nei suoi interessi spirituali strettamente connessi con un minimo di libertà d'azione, resa possibile da un lembo di spazio dove posare liberamente il piede e impiantare liberamente le sue tende. In questo senso si deve dire che Pio IX fu davvero il Papa della Croce. Non per questo perse minimamente la fiducia nella Provvidenza. Ma realista qual era praticò sempre il principio: aiutati che Dio t'aiuta; tradotto ignazianamente in linea spirituale: «fa come se tutto dipenda da Dio, fa come se tutto dipenda da te».
La sua fiducia totale e l'abbandono alla divina Provvidenza non fu mai un'ingenua attesa che piovessero miracoli dall'Alto come qualche storico lascia intendere. Pio IX non fu mai un ingenuo. Tutto dipende da Dio la cui Provvidenza non viene mai meno: come e quando Lui solo lo sa. Questo non dispensa dal fare le cose con pienezza d'impegno umano. Soltanto sulla base di questo criterio si può e si deve giudicare di volta in volta l'atteggiamento assunto da Pio IX dinanzi al travolgente succedersi degli eventi. Pio IX può aver mancato talora per eccessiva bontà e fiducia negli uomini. Questo primato dell'ottimismo sul pessimismo lo accompagnò tutta la vita e rientra in pieno nel sano ottimismo proprio della Chiesa cattolica di tutti i tempi.
Il martirizzante cruccio interiore di Pio IX fu la consapevolezza della sempre più minacciosa avanzata della scristianizzazione del mondo che la storia del nostro tempo conferma ad usura. Tutti i suoi interventi tendevano a contrastare tale avanzata. Anche il Sillabo occorre inserirlo in questa visuale. Qui soprattutto occorre valutare il grave senso di responsabilità che pesava sulla coscienza del Papa. La stessa progressiva spoliazione del potere temporale la vedeva come frutto dell'avanzante scristianizzazione del mondo. Oggi possiamo dire che vedeva lontano. L'atteggiamento anticristiano e antiecclesiale era il preludio dell'indifferentismo e dell'ateismo attualmente dilagante, apertamente denunciato dal Vaticano II. Se poi aggiungiamo a questa costatazione tutte le notizie che gli giungevano da ogni parte del mondo: le persecuzioni della Chiesa, le leggi che tendevano ad opprimerla ed a sopprimerla, ostacolando la vita cristiana come il Kultur-Kampf in Germania, la soffocante oppressione della Chiesa in Polonia da parte degli Zar, tutto questo insieme di cose hanno tramutato il suo pontificato in un calvario senza pari, che solo un'intrepida fede, un'eroica speranza, una straordinaria fortezza d'animo potevano sopportare 1.
Note:
1 Su questo tema cfr. Summ., p. 636 n. 2042; 977 n. 2128.