La storia degli appelli elettorali dei vescovi italiani. Dal pericolo rosso alla battaglia in difesa dei valori. Dal veto ai massoni a quello per i disonesti.
1948-'63. I diritti di Dio.
Gli appelli all'unità elettorale dei cattolici
«I cattolici possono dare il voto soltanto a quei candidati o a quelle liste di cui si ha la certezza che rispetteranno e difenderanno l'osservanza della legge divina e i diritti e della religione e della Chiesa nella vita privata e pubblica». In questa istruzione, trasmessa ai vescovi italiani dalla Congregazione concistoriale il 29 agosto 1945, gli storici vedono la prima sequenza "ufficiale" dell'interventismo della gerarchia ecclesiastica nella vita politica italiana. Alla vigilia delle tornate elettorali che riveleranno il profilo politico dell'Italia postbellica (elezioni amministrative dell'aprile e novembre '46 e elezioni per l'assemblea costituente del 2 giugno '46), la cautela della dichiarazione, i non casuali plurali rivelano l'incertezza e le divergenze presenti nei vertici ecclesiali. Gli ambienti di Curia che fanno riferimento all'assessore (futuro prefetto) del Sant'Uffizio Alfredo Ottaviani e al sostituto Segretario di Stato Domenico Tardini, sono contrari all'ipotesi del "partito unico", e preferiscono pensare a una pluralità di formazioni politiche su cui i cattolici possano concentrare i voti. Anche Pio XII appare interessato a tale ipotesi: ne è prova la tolleranza con cui all'inizio viene trattata la formazione della Sinistra cristiana di Ossicini e Rodano. Difatti i plurali ritornano nell'allocuzione del Papa alle giovani romane, il 12 maggio '46: «Al diritto di voto [corrisponde] il dovere di votare, il dovere di non dare il vostro suffragio che a quei candidati o a quelle liste di candidati i quali offrano non promesse vaghe ed ambigue, ma sicure garanzie che rispetteranno i diritti di Dio, e della religione (...). Con la vostra scheda voi avete in mano i superiori interessi della vostra patria: si tratta di tutelare e conservare al vostro popolo la sua civiltà cristiana». Partito unico, dunque, o appoggio a più partiti cristiani? La scelta non è ovvia. Solo i vescovi sardi, in una loro dichiarazione, si spingono ad indicare nella Dc il partito «che dà maggiore affidamento, tanto per il programma quanto per le persone». Ciononostante, l'appoggio di fatto dei settori ecclesiali e dell'associazionismo organizzato alla Dc le fanno ottenere alle elezioni per la costituente il 35,2% dei voti, con le sinistre unite ferme sotto la soglia del 50%.
Alle elezioni politiche del '48, davanti al pericolo di una caduta dell'Italia nell'orbita comunista, l'identificazione tra Chiesa e Dc scatta tempestiva e immediata. Ma tale confluenza, più che rispondere a pressanti appelli della gerarchia, scaturisce come risposta "spontanea" della base cattolica alla situazione d'emergenza. I Comitati civici creati dal presidente degli uomini di Azione cattolica, Luigi Gedda, trasformando le associazioni parrocchiali di Azione cattolica in capillari macchine di consenso elettorale, finiscono di fatto per «realizzare compiutamente attorno alla Dc quel dogma dell'unità politica dei cattolici che la gerarchia non ha formalmente teorizzato, ma che è ormai per essa una scelta senza ritorno, scritta nelle cose» (S. Magister, "La politica vaticana e l'Italia. 1943-1978", Editori Riuniti 1979, pag. 106). In quell'occasione, i richiami elettorali di membri dell'episcopato battono più sull'argomento negativo del pericolo comunista che non sull'istanza unitaria. I vescovi del Triveneto, in una nota ripresa anche dal cardinale di Milano Ildefonso Schusten indirizzano il voto verso «quei candidati o quella lista di candidati che offrono maggiori garanzie di esercitare il loro mandato nello spirito e secondo le direttive della morale cattolica». Pio XII, parlando ai quaresimalisti romani il 10 marzo, ricorda che «ognuno ha da votare secondo il dettame della coscienza. Ora è evidente che la voce della coscienza impone ad ogni cattolico di dare il proprio voto a quei candidati che offrono garanzie veramente sufficienti per la tutela dei diritti di Dio e delle anime». L'arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri, usa parole più forti: «Commette peccato mortale chi vota per le liste o per i candidati che non danno sufficiente affidamento di rispettare sufficientemente i diritti di Dio, della Chiesa e degli uomini».
Il 13 luglio 1949 viene reso noto il decreto del Sant'Uffizio che commina la scomunica per i «fedeli che professano la dottrina del comunismo, materialista e anticristiano». Nel corso degli anni Cinquanta il rapporto tra Chiesa e partito unico dei cattolici si standardizza, nei suoi canoni "classici", nel passaggio dalla leadership di De Gasperi a quella fanfaniana. La Dc si impone come referente unico dei cattolici sul piano politico, cercando nello stesso tempo di sottrarsi ad ogni eccessiva ingerenza da parte dei settori ecclesiali. Non mancano insofferenze alla delega incondizionata: il 21 gennaio '58 il cardinal Ottaviani scrive su "L'Osservatore Romano" il suo j'accuse: «Servire la Chiesa e non servirsene», in cui attacca coloro che sfruttano la Chiesa per proprio tornaconto politico. Comunque nessun pronunciamento ufficiale sconfessa l'unità politica dei cattolici.
Il primo documento pubblico della neoistituita Cei, la lettera collettiva dei presidenti delle Conferenze regionali del 2 febbraio 1954, contiene un paragrafo sull'unità dei cattolici: su di essa si basa l'efficienza della loro organizzazione «in tutte le iniziative che i cattolici possono prendere nella vita civica».
Nell'ottobre 1956 la dichiarazione su «Dottrina sociale della Chiesa e marxismo» segna la prima diffusa denuncia dell'ideologia da parte dell'assemblea dei vescovi italiani.
Il 13 marzo 1958, in vista delle elezioni politiche, una nota della Cei interviene ad illuminare i cattolici sui criteri da usare nella scelta dei partiti e dei candidati. Il consenso va accordato solo a quei programmi che affermano «la piena sufficienza della dottrina cattolica per la soluzione dei problemi sociali, escludendo ogni invocata o riconosciuta necessità di integrazione da parte di dottrine marxiste o comunque estranee al pensiero cristiano». I programmi, per essere accettati dai cattolici debbono inoltre «prevedere la promozione e la tutela delle disposizioni costituzionali e legislative che particolarmente interessano la dottrina e la vita cattolica in Italia e che subiscono frequenti attacchi dalle forze laiciste», come ad esempio il rispetto dei Patti Lateranensi, la tutela della scuola cattolica, l'indissolubilità del matrimonio. Per la scelta dei candidati, tra i requisiti richiesti vi è al primo posto «la non appartenenza a sette massoniche» (a tutt'oggi è l'unica volta che la parola massoneria appare in un documento ufficiale Cei). Seguono la formazione genuinamente cattolica, l'integrità della vita morale, l'onestà, la coscienziosità e - buon'ultime - la competenza e la valida preparazione.
Il 3 maggio, a sole tre settimane dal voto, i vescovi italiani rendono nota la dichiarazione «Votare Uniti», stesa molti mesi prima, alla fine dell'assemblea Cei dell'ottobre '57, in cui si ricorda «al clero e ai fedeli il loro impegno di fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa e quindi il grave obbligo: di votare; (... ); di essere uniti nel voto per costituire un valido argine ai gravissimi pericoli che tuttora gravano sulla vita cristiana del Paese».
L'anno seguente la conferma ecclesiastica alla Dc raggiunge uno dei suoi vertici, con una nota della Cei sull'unità politica dei cattolici stesa in vista del Congresso nazionale scudocrociato. Il documento, datato 15 ottobre, costituisce un richiamo a superare le lotte correntizie che dilaniano il partito. Ma è soprattutto un tentativo di rivendicare le prerogative della Chiesa italiana sul partito che si definisce cattolico, secondo la linea sostenuta da Siri, allora alla guida della Cei. Vi si legge tra l'altro: «I cattolici italiani, i quali hanno finora accordato la propria fiducia alla Democrazia Cristiana, mossi da prevalenti motivi di fede e per la difesa dei diritti della Chiesa, si attendono che il partito riesca a superare e a comporre le divergenze di idee e i personalismi (...). L'episcopato si augura che la Democrazia Cristiana possa così continuare ad essere, come per il passato, punto d'incontro e di coesione delle forze cattoliche sul terreno politico».
Nel '63, al nuovo appuntamento con le elezioni politiche, i vescovi italiani, con un comunicato del 12 marzo, ricordano ai fedeli che «la loro unità nella vita pubblica, sempre utile e auspicabile, è del tutto necessaria nelle circostanze attuali del nostro Paese, dove sussistono tuttora gravi pericoli per la libertà religiosa e civile».
Indicazioni analoghe vengono fornite nel novembre '64, in prossimità delle elezioni amministrative. Nel nuovo appello, inaugurando una prassi che avrà infinite repliche, il tratto distintivo della "presenza" cristiana nel politico viene circoscritto al rispetto di norme di etica personale e sociale: il candidato cattolico doc deve distinguersi per competenza, moralità esemplare, senso del bene comune.
Il blocco compatto del voto cattolico costituisce la base del predominio politico della Dc negli anni Cinquanta e Sessanta. L'esaurirsi della fase centrista e l'apertura ai socialisti non viene condivisa dalla parte più tradizionale della gerarchia; verrà stigmatizzata dal famoso corsivo dell'«Osservatore Romano» intitolato «Punti Fermi», del 18 maggio '60. Ma nessuna incomprensione è tanto grave da mettere in discussione la posizione di rendita elettorale del partito. E forse proprio la "tenuta" del braccio politico contribuisce a nascondere ai vertici ecclesiali gli effetti di scristianizzazione che la mutazione antropologica denunciata in quegli anni da Pasolini ha sull'Italia del boom economico.