Prigioniero per non aver voluto abbandonare i suoi soldati, fu un punto fermo nella resistenza dei prigionieri in Russia.
È un uomo di bassa statura e magrissimo, il mio amico monsignor Enelio Franzoni; un umaréin , come si dice nella Bassa bolognese in cui è nato, a San Giorgio di Piano, il 19 luglio 1913. È sempre amabile e acuto, cammina con un bastone che non tocca neanche terra tanto il suo passo è spedito, ed ha la battuta facile, rigorosamente in dialetto perché risulti più pungente. È un prelato assai noto nel Bolognese, ed è tra le altre cose uno dei pochi decorati di Medaglia d'Oro al Valore militare ancora viventi.
Don Enelio partì il 29 luglio 1941 come cappellano militare nell'Ospedale da campo 837, armato soltanto d'un crocifisso sul cui retro aveva fatto incidere alcuni versi di una traduzione pascoliana di Hugo: "quando si resta al mondo un po' di più / che c'è di meglio a fare ch'esser miti e buoni / esser di quei che, via via che passa, / gente ne spera il piccoletto dono". Ed erano i versi che gli avrebbero fatto maggiore compagnia fino al rientro in territorio italiano, il 22 agosto 1946, dopo una lunga e terribile prigionia in Unione Sovietica.
Il 16 dicembre 1942 don Enelio si trovava al caposaldo "Venere", a poca distanza da Kantemirowka: vi si era voluto recare di sua iniziativa, pensando che i soldati in servizio colà da oltre un mese non vedevano un cappellano. Disse la Messa in mezzo a uomini stanchi e feriti, e amministrò la Comunione sotto il bombardamento, sempre più incalzante, dell'artiglieria sovietica: per la prima volta allora - come ebbe a ricordare - si rese conto veramente di ciò che rappresentava la Messa, comunione del calice del sangue di Cristo e assieme del sangue degli uomini. Il tenente Montano, comandante del caposaldo, decise allora di ripiegare abbandonando i feriti gravi, ma il cappellano non lo seguì. Su quella risoluzione, presa su due piedi, di restare con loro, ancora oggi Don Enelio non riesce a darsi una risposta univoca: probabilmente fu un insieme d'impulsi istintivi che convergevano tutti nella stessa direzione, e che sempre nella vita lo hanno portato verso scelte irrevocabili. Poche ore più tardi gli italiani erano tutti prigionieri, già avviati sulla neve, sotto gli spintoni delle guardie che non smettevano di gridare Davai , alla volta della prigionia.
Il primo Campo in cui il cappellano giunse, dopo aver perso per strada decine di commilitoni falcidiati dal freddo e dai parabellum russi, fu il Campo n. 188 di Tambow. Si trattava di un lager di smistamento quasi del tutto sotterraneo dove i prigionieri venivano ammassati all'interno di bunker angusti, senza illuminazione e ventilazione, con i tetti fatti di rami, fronde e zolle di terra: all'intorno c'era soltanto il bosco, mentre dentro si aveva la sensazione d'essere sepolti vivi, e ciò rendeva gli uomini furiosi. Nel febbraio il gruppo in cui si trovava don Enelio fu trasferito a Oranki (Campo n. 74), a 50 km a sud di Gorki: un ampio complesso principesco, senza mura di cinta ma con attorno il filo spinato, dove i prigionieri erano alloggiati in grandi stanzoni, a 2-300 uomini per stanza. A Oranki don Enelio celebrò, per la prima volta, quella che chiamò la Messa secca : senza pane e senza vino, oltre che senza il messale e i paraventi, con il solo testo liturgico recitato a memoria dal celebrante, e tanta partecipazione e buona volontà dei fedeli. Per un periodo prestò anche servizio nel convalescenziario di Skit come assistente del tenente medico Reginato, anch'egli Medaglia d'Oro. Così lo ricorda il capitano Gabriele Gherardini, in una delle prime testimonianze sulla tragedia di Russia:
«un pretino piccolo, quasi venerabile nel candore dell'aspetto e degli atteggiamenti, sobriamente colto, tutto luce di carità e di fede. Ricordo la sua voce che nelle preghiere si percepiva appena, il suo insistere, da sanitario, perché si ingurgitasse un po' di quella sbrodaglia che il male ci faceva respingere, l'accorrere dall'uno all'altro ascoltando le mille pene di ognuno con sovrumana pazienza, senza mai uno scatto, un atto di impazienza. [...] Pensavo allora che se mi fosse avvenuto di morire, con lui vicino, il trapasso non avrebbe avuto niente di pauroso» ( La vita si ferma , Baldini & Castoldi, Milano 1948, pp. 255-6).
Di poco più di 900 italiani, almeno 660 non uscirono vivi dal Campo. A provocare una mortalità così elevata contribuirono anche i bagni, con relativa disinfestazione, ai quali i prigionieri erano sottoposti, e che non erano risparmiati neppure ad ammalati gravi, congelati e feriti: gli uomini venivano portati in uno stanzone riscaldato a 40-50°C, e poi attraverso un corridoio smistati in una stanza freddissima, con le porte aperte, per finire nel cortile gelato. Il bagno serviva, nelle intenzioni dei russi, a combattere il tifo petecchiale, e perciò era stato reso obbligatorio; tuttavia si tramutò in una crudeltà gratuita e ingiusta.
In quel Campo i cappellani organizzarono anche una registrazione dei decessi, per darne comunicazione alle famiglie dopo il rimpatrio, secondo le norme stabilite dal cappellano capo dell'8a Armata, don Arrigo Pintonello: ognuno diceva i nomi di coloro che aveva visto morire, in combattimento o in prigionia, mentre uno prendeva nota segnando il reparto e l'indirizzo in Italia. Dopo il trasferimento al campo n. 160 di Suzdal, però, una mattina i russi compierono una minuziosa perquisizione nelle camerate, probabilmente dietro delazione, trovando nascosti in un piccolo vano sotto al pavimento dodici libretti con i nominativi dei morti: l'elenco fu sequestrato e sparì. Secondo quanto mi ha riferito don Franzoni, quello fu l'affronto più grave che si potesse perpetrare verso i Caduti, poiché impedì ai cappellani di portare la notizia della morte a molte famiglie lasciandole così per sempre nell'incertezza della sorte dei propri cari.
Per quella vicenda Padre Brevi - un altro cappellano, energico e passionale, con una barbetta elettrica che sapeva anch'essa di sfida - fu poi convocato e interrogato più volte, ed essendosi rifiutato di fare i nomi di coloro che avevano collaborato alla stesura dell'elenco (specialmente di chi aveva trascritto materialmente i nominativi) fu accusato quale nemico dell'Unione Sovietica e incolpato di crimini assurdi: di avere fatto un patto di sangue con l'impegno giurato di uccidere Palmiro Togliatti dopo il rimpatrio, e di aver progettato di fondare un giornale anticomunista con finanziamenti del Vaticano. Mandato sotto processo, don Giovanni Brevi sarebbe ritornato in Italia soltanto nel 1954, dopo la morte di Stalin, ricevendo anch'egli la Medaglia d'Oro.
Nel novembre 1943 don Franzoni fu trasferito al Campo n. 160 di Suzdal, a 300 km a nord-est di Mosca, che da ottobre era stato destinato all'internamento degli ufficiali di tutte le nazionalità. Il lager aveva sede in un ex convento-fortezza del Cinquecento, costruito sulle rive del Kamenka a difesa dalle invasioni dei Tartari, dotato di una lunga muraglia difensiva con sette torrioni, e con al centro una cattedrale contornata da altre chiese adibite a usi militari. Le celle dei monaci erano state adattate a stanze per i prigionieri: in uno spazio di tre o quattro metri per sei trovavano sistemazione una ventina di militari. Per la loro qualità di ufficiali (ma in realtà per evitare che con la loro presenza ostacolassero la propaganda comunista negli altri campi) tutti i cappellani militari furono raccolti a Suzdal, e don Enelio fu eletto all'unanimità loro capogruppo.
Quando nel maggio 1946 cominciarono i preparativi per il rimpatrio - e furono lentissimi, perché si preferiva che i prigionieri dall'URSS ritornassero a casa dopo le consultazioni del 2 giugno - don Enelio chiese al comandante del Campo di rimanere a completare la sua opera di assistenza spirituale ai malati gravi, intrasportabili, che non avrebbero mai potuto lasciare Suzdal. Fu accontentato, e così, mentre gli altri finalmente potevano uscire dal Campo 160 - pensando di don Enelio che fosse un pazzo o, come forse è più probabile, un santo - il cappellano della Bassa bolognese si preoccupava piuttosto di organizzare i turni d'assistenza al capezzale del tenente Giulio Leone. Il mese successivo anche don Enelio dovette per forza partire, e a nulla più valsero le sue implorazioni di restare a Suzdal; qualche giorno più tardi anche il tenente Leone, dopo una tremenda agonia, se ne andava dal Campo 160.
Don Enelio è sempre stato schivo e riservato per l'intera sua esistenza, protagonista suo malgrado di eventi storici vissuti anche da tanti altri soldati, che in lui (e in pochi altri) videro costantemente un simbolo di dignità e di fermezza morale. Dietro insistenza di amici e reduci, negli anni '70 raccolse alcuni appunti per i suoi parrocchiani, oggi pubblicati nell'antologia di Giovanni Vinci, Dove sei stato mio bell'alpino? (Grafiche Baroncini, Imola 1998). Le memorie di Don Enelio - per dirla con le parole usate da Giovanni Lugaresi nel suo ultimo libro Tornare a Nikolajewka (MUP, Parma 2005) - «rappresentano storia vissuta e sofferta fra tanti poveri cristi percossi dalla fame, dalla sete, dal freddo, dal tifo, dagli stenti [...] uomini che implorano l'aiuto e l'assistenza del cappellano, che muoiono spesso serenamente, in pace con sé stessi e con Dio, o altri che, sopravvissuti e tornati in Patria, riacquisteranno la fede».
Anche dopo il rimpatrio Mons. Franzoni ha sempre continuato a celebrare le Messe per i reduci con la stessa pianeta e lo stesso calice che usava in prigionia, ed è sempre stato presente alle cerimonie di rimpatrio delle salme dei Caduti, come in un'ideale prosecuzione della sua missione di allora, per condurli nella loro ultima sede terrena.